BERNALDA – Fssssss. Bernaldesi aprite bene le orecchie! Se leggendo questo articolo sentite un fischio debole, ma prolungato, è fatta. Il folle buca gomme ha colpito ancora. Complimenti, anche voi siete entrati di diritto nel club “Amici del gommista”. Molti residenti del centro storico sono stati nominati membri honoris causa. L’onore, a dir la verità, è poca cosa. Conta molto il possesso di un’autovettura, possibilmente parcheggiata per strada.
La tattica del buca gomme è semplice, sfrontata e ripetitiva. Bastano pochi secondi e il foro sul lato del pneumatico è servito. Non importa che l’auto sia ferma nella via principale, corso Italia o in quelle laterali. Neppure la notte o la luce del sole spaventano l’autore delle bravate. L’ultima doppia foratura c’è stata ieri alle dieci del mattino in corso Italia, dove le macchine in transito e i passanti non sono certo un’eccezione. A rimanere per terra è stata una Fiat Panda bianca.
I commenti dei passanti sono quelli che ormai si sentono spesso: «Possibile che nessuno abbia visto nulla? Anche di giorno non siamo più tranquilli?». Il tabellone, con tanto di classifica dei colpi messi a segno, si adegua quasi ogni giorno. Si va dal 2 a 1, con più azioni durante la giornata, al pesantissimo 4 a zero che, tradotto per i profani, sarebbero le quattro ruote bucate e la difficoltà di non poter riparare un bel nulla sul momento. Guai ad avere un’urgenza o un appuntamento.
Da un bel po’ è una continua guerra di nervi e di appostamenti. Per ora le contromosse e gli accorgimenti hanno fatto cilecca. Tutto inutile. Non sono servite a nulla le ronde, il passaparola, o le spiate da dietro le persiane. Se nei primi tempi si era pensato alle azioni di alcuni bulli del quartiere, con il crescere dei buchi e del conto dal riparatore di pneumatici, dai tre euro in su, si è capito che le forature non sarebbero cessate.
Presidente del club “Amici del gommista”, sempre per i meriti raccolti sul campo, è Nicola Donnazita. Ormai è diventato un vero specialista della materia, tanto da riconoscere la tecnica del folle e i suoi fori ad occhio nudo. «Almeno quando vado dal gommista - commenta amaro - gli facilito il lavoro e ci azzecco sempre». Magari, visto il ripetersi dei vandalismi, arriverà anche qualche sconto.
Donnazita ha bisogno dell’auto per lavorare, ma più di una volta è arrivato in ritardo: «L’ultima gomma bucata l’ho scoperta due giorni fa. Sono vittima del folle da due anni. Qualche mese fa, per un’intera settimana, ho trovato le gomme a terra. Mi sono già rivolto ai Carabinieri ed invito anche gli altri danneggiati a fare lo stesso». Nicola è sicuro che, prima o poi, il folle farà qualche passo falso. Aspetta quel giorno con ansia e sta all'erta, fino al prossimo sibilo.
giovedì, aprile 20, 2006
I linguaggi pittorici del Lucanino
BERNALDA – Dipinge per se stesso e lo fa da 50 anni. Il mezzo secolo di attività artistica del Lucanino, ovvero Antonio Zambrella, è stato celebrato nella sua città natale con una mostra. La galleria comunale “Incontro”, che resterà aperta fino al 16 aprile, ospita molte tele dipinte in questi anni. La rappresentazione pittorica del Lucanino è divenuta una interpretazione di forme della natura e del paesaggio lucano. I quadri alludono, seguendo la via della metafora, a concetti giunti a maturazione nel travaglio creativo. La frutta o i tronchi parlanti restituiscono alla fruizione degli osservatori forme geometriche che moltiplicano la trascrizione comunicativa. I colori forti e densi esaltano gli oggetti proposti. Il pittore veste i panni del narratore e racchiude le sue opere in una dimensione assoluta di bellezza, che non conosce rovine, preoccupazioni o imprecisioni.
La varietà dei linguaggi elaborati dal Lucanino, con stacchi definiti di luce ed ombre a seconda degli scenari naturali ritratti, fa emergere una verità illusionista. La confusione meravigliosa tra paesaggi solari, volti seminascosti dal dominio del tempo, cuori e fiori potrebbe far rimbambire la ragione. Al contrario, passando dalla miscellanea atmosfera dei boschi alle campagne primaverili, arricchite da variopinti fiori, si coglie un segno che diviene ostinato. La via narrativa scelta da Zambrella rivela dolore e serenità, la fine di una vita e un nuovo principio. Non basta dare uno sguardo di sfuggita ai quadri. Occorre sedersi, quasi covando con cura quell’amore lontanissimo, bloccato per sempre sulla tela o nei volti delle donne.
L'amalgama cromatico, caratteristicamente ricco di spazi nelle nature animate, è il segno inconfondibile di una maturità nello stile, in cui si dosano con proporzione le doti espressive. Quel patto indissolubile, quel legame stretto con la sua terra regala al pubblico la potenza vitale di un Lucanino, che non ha finito di stupire e sorprendere.
La varietà dei linguaggi elaborati dal Lucanino, con stacchi definiti di luce ed ombre a seconda degli scenari naturali ritratti, fa emergere una verità illusionista. La confusione meravigliosa tra paesaggi solari, volti seminascosti dal dominio del tempo, cuori e fiori potrebbe far rimbambire la ragione. Al contrario, passando dalla miscellanea atmosfera dei boschi alle campagne primaverili, arricchite da variopinti fiori, si coglie un segno che diviene ostinato. La via narrativa scelta da Zambrella rivela dolore e serenità, la fine di una vita e un nuovo principio. Non basta dare uno sguardo di sfuggita ai quadri. Occorre sedersi, quasi covando con cura quell’amore lontanissimo, bloccato per sempre sulla tela o nei volti delle donne.
L'amalgama cromatico, caratteristicamente ricco di spazi nelle nature animate, è il segno inconfondibile di una maturità nello stile, in cui si dosano con proporzione le doti espressive. Quel patto indissolubile, quel legame stretto con la sua terra regala al pubblico la potenza vitale di un Lucanino, che non ha finito di stupire e sorprendere.
La Passione in piazza
BERNALDA – “Tu – Noi”. La Passione di Gesù è tutta qui. In quel tu confidenziale e in quel noi che comprende ognuno. I bernaldesi rivivranno martedì santo quei momenti, grazie alla compagnia teatro sacro di Torre Santa Susanna (Br). Sarà rappresentato il corteo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme con dieci quadri. La drammatizzazione partirà alle 19 dalla chiesa del Convento e si concluderà in piazza San Bernardino, davanti alla chiesa Madre.
Gli oltre cento attori e tecnici saranno diretti da Franco Tomai, che è pure l’autore dei testi. La rappresentazione, proposta già in molte città italiane e tedesche, è stata finanziata da alcuni sponsor locali. Il parroco don Mariano Crucinio si dichiara contento dell’iniziativa, realizzata grazie all’amicizia di un bernaldese con il gruppo brindisino, e aggiunge: «Spero che anche nel nostro paese ci sia un interesse per queste rappresentazioni, perché sono curate con passione dalla compagnia per un anno intero».
Nella storia del cristianesimo i fedeli sono stati incoraggiati a meditare sulla Passione di Cristo. La spiritualità di ogni grande santo, come San Francesco, San Domenico, Santa Caterina da Siena, è stata marcata da una devozione alla Passione di Cristo. Perché? Perché hanno riconosciuto che non c’è via più sicura per far nascere dal cuore umano quell'amore, capace di rispondere adeguatamente all'amore di Dio, che ha dato suo Figlio per noi. I dieci quadri porteranno gli spettatori bernaldesi ad approfondire la loro comprensione della Passione e a capire la morte in croce di Gesù, il “servo sofferente”.
Gli oltre cento attori e tecnici saranno diretti da Franco Tomai, che è pure l’autore dei testi. La rappresentazione, proposta già in molte città italiane e tedesche, è stata finanziata da alcuni sponsor locali. Il parroco don Mariano Crucinio si dichiara contento dell’iniziativa, realizzata grazie all’amicizia di un bernaldese con il gruppo brindisino, e aggiunge: «Spero che anche nel nostro paese ci sia un interesse per queste rappresentazioni, perché sono curate con passione dalla compagnia per un anno intero».
Nella storia del cristianesimo i fedeli sono stati incoraggiati a meditare sulla Passione di Cristo. La spiritualità di ogni grande santo, come San Francesco, San Domenico, Santa Caterina da Siena, è stata marcata da una devozione alla Passione di Cristo. Perché? Perché hanno riconosciuto che non c’è via più sicura per far nascere dal cuore umano quell'amore, capace di rispondere adeguatamente all'amore di Dio, che ha dato suo Figlio per noi. I dieci quadri porteranno gli spettatori bernaldesi ad approfondire la loro comprensione della Passione e a capire la morte in croce di Gesù, il “servo sofferente”.
giovedì, aprile 06, 2006
Donare il sangue per condividere un bisogno
BERNALDA – La vita non aspetta. È meglio diventare donatori, soprattutto a Bernalda. L’occasione è vicina. Domani dalle 8.30 alle 12 c’è l’appuntamento con i volontari dell’Avis e la donazione presso il poliambulatorio comunale. Ci sarà anche una gradita sorpresa, assicura Deborah Scardillo, responsabile dell’Avis bernaldese: «Abbiamo ricevuto in comodato d’uso dal S.I.T. (Servizio Immuno Trasfusionale) una poltrona per le donazioni. Avremo una comodità in più ed abbiamo chiesto alla Asl di curare il trasporto da Matera, altrimenti provvederemo noi». La poltrona permetterà agli avisini e ai donatori di evitare le file e le lunghe attese, soprattutto in vista della stagione estiva.
Quest’anno, però, non è nato sotto buoni auspici: «Tra gennaio e febbraio siamo riusciti a raccogliere soltanto nove donazioni. Spero che sia colpa solo dell’influenza. Da parte degli organi comprensoriali e regionali, comunque, c’è sempre una grande attenzione verso il calo delle donazioni. Quest’anno punteremo sull’aferesi».
L’aferesi è un procedimento con cui si preleva dal circolo sanguigno del donatore il sangue, che viene frazionato nei suoi componenti. Sono così trattenuti e convogliati in una sacca di raccolta gli elementi di cui si ha bisogno, mentre si reinfondono al donatore tutti gli altri. Questa procedura avviene con una macchina computerizzata chiamata separatore cellulare.
«Il nostro impegno per il 2006 – conclude Deborah - sarà di trovare una nuova sede all’associazione e d’istallare una bacheca in corso Umberto. Oltre all’aferesi, porteremo avanti la campagna per l’elettrocardiogramma ai donatori e vogliamo organizzare un convegno tematico». Le iniziative ci sono. Adesso, basta un piccolo sforzo, perché donare è sempre condividere un bisogno.
Quest’anno, però, non è nato sotto buoni auspici: «Tra gennaio e febbraio siamo riusciti a raccogliere soltanto nove donazioni. Spero che sia colpa solo dell’influenza. Da parte degli organi comprensoriali e regionali, comunque, c’è sempre una grande attenzione verso il calo delle donazioni. Quest’anno punteremo sull’aferesi».
L’aferesi è un procedimento con cui si preleva dal circolo sanguigno del donatore il sangue, che viene frazionato nei suoi componenti. Sono così trattenuti e convogliati in una sacca di raccolta gli elementi di cui si ha bisogno, mentre si reinfondono al donatore tutti gli altri. Questa procedura avviene con una macchina computerizzata chiamata separatore cellulare.
«Il nostro impegno per il 2006 – conclude Deborah - sarà di trovare una nuova sede all’associazione e d’istallare una bacheca in corso Umberto. Oltre all’aferesi, porteremo avanti la campagna per l’elettrocardiogramma ai donatori e vogliamo organizzare un convegno tematico». Le iniziative ci sono. Adesso, basta un piccolo sforzo, perché donare è sempre condividere un bisogno.
La morte di Girasole e le lotte per il lavoro nel dopoguerra
BOLOGNA – “E tu sarai nella terra/ senza la fatica e l'amore che ti era destinato”. Luigi Di Ruscio, poeta operaio, ricorda così nella sua raccolta “Le streghe s’arrotano le dentiere”, la morte di Rocco Girasole. Un giovane bracciante ucciso il 13 gennaio1956 a Venosa, durante uno “sciopero a rovescio”, dove si lavora invece di incrociare le braccia. Negli scontri altri cinque manifestanti vengono feriti.
Dopo cinquant’anni dall’omicidio una mostra fotografica e documentaria è stata organizzata, dopo Venosa, a Bologna presso l’Istituto Storico Parri dell’Emilia-Romagna fino al prossimo 3 aprile. I tre giorni dedicati all’inaugurazione (16, 17, 18 marzo) hanno radunato nella città delle due torri molti venosini, lucani, bolognesi, oltre a professori universitari e gruppi musicali.
Nella cineteca comunale sono state presentate le ricerche sullo sciopero di Girasole a cura di Mimmo Perrotta e Agostino Giordano. È stato poi proiettato il documentario, diretto da Giuseppe Bellasalma e Benedetto Guadagno, “La morte di Girasole”. Il video di 56 minuti ripercorre, tramite molte interviste ai protagonisti, le lotte contadine del 1956 a Venosa, cui si aggiungono le foto provenienti, oltre che da molti venosini, anche dalla "Fototeca Storica Nazionale Aldo Gilardi" di Milano. Gilardi scattò dopo gli scontri circa cento foto, ma solo quattro furono pubblicate sul settimanale “Lavoro” della Cgil. Nella mostra bolognese sono state esposte due nuove fotografie, che ritraggono alcuni bambini.
Sabato 18 marzo è stato proposto il cd “La voce dal basso ovvero: un’accozzaglia musicale abnorme di tre quarti d’ora oscillante tra memoria e invenzione” di Sergio Dileo, che ha scritto anche la colonna sonora del video. La raccolta musicale è ricca di collaborazioni importanti come quella del sassofonista Daniele Sepe e del cantante Massimo Ferrante. Una festa concerto con i Gràttula Beddàttula - i Picari ha chiuso la serata. La gente si è divertita con le musiche della tradizione orale meridionale, curate dalla scuola popolare di musica Ivan Illich.
Rocco Girasole è ricordato nella sua città da una lapide e dalla dedica della Casa del Popolo, costruita venti anni dopo la sua morte. Nella parole dei testimoni di quel giorno di gennaio emergono alcune contraddizioni. Il bracciante viene ricordato come un “buon comunista”, un “martire del lavoro” e un attivista della sezione. Si passa poi ai giudizi un bravo ragazzo, un “bonaccione”, che “non era proprio normale”, però un “grande lavoratore” e in ogni caso uno del popolo, “uno di noi”, che visitava spesso la sede del partito e del sindacato. Per alcuni Girasole era lì per caso, uno “scemo”, un disabile, che fu “mandato avanti” dai dirigenti comunisti, oppure era un senza lavoro che non aveva voglia di darsi da fare, un piantagrane.
Anche sulla sua morte la memoria degli anziani si divide. I democristiani si ricordano che i “comunisti sparavano dal castello” e forse uccisero il loro compagno. Sempre i rossi crearono quello sciopero, perché “cercavano il martire”. I vecchi aderenti e simpatizzanti del partito comunista, ricordano le lotte, la fame e la ricerca del lavoro.
Tutti i documenti sullo sciopero sono stati raccolti da un gruppo di giovani studenti e ricercatori lucani, che hanno voluto non dimenticare. Proprio come la madre di Girasole che nella “camera dove ti ha fatto”, scrive nella sua poesia Luigi Di Ruscio, “metterà la foto della tua faccia che ride”.
Dopo cinquant’anni dall’omicidio una mostra fotografica e documentaria è stata organizzata, dopo Venosa, a Bologna presso l’Istituto Storico Parri dell’Emilia-Romagna fino al prossimo 3 aprile. I tre giorni dedicati all’inaugurazione (16, 17, 18 marzo) hanno radunato nella città delle due torri molti venosini, lucani, bolognesi, oltre a professori universitari e gruppi musicali.
Nella cineteca comunale sono state presentate le ricerche sullo sciopero di Girasole a cura di Mimmo Perrotta e Agostino Giordano. È stato poi proiettato il documentario, diretto da Giuseppe Bellasalma e Benedetto Guadagno, “La morte di Girasole”. Il video di 56 minuti ripercorre, tramite molte interviste ai protagonisti, le lotte contadine del 1956 a Venosa, cui si aggiungono le foto provenienti, oltre che da molti venosini, anche dalla "Fototeca Storica Nazionale Aldo Gilardi" di Milano. Gilardi scattò dopo gli scontri circa cento foto, ma solo quattro furono pubblicate sul settimanale “Lavoro” della Cgil. Nella mostra bolognese sono state esposte due nuove fotografie, che ritraggono alcuni bambini.
Sabato 18 marzo è stato proposto il cd “La voce dal basso ovvero: un’accozzaglia musicale abnorme di tre quarti d’ora oscillante tra memoria e invenzione” di Sergio Dileo, che ha scritto anche la colonna sonora del video. La raccolta musicale è ricca di collaborazioni importanti come quella del sassofonista Daniele Sepe e del cantante Massimo Ferrante. Una festa concerto con i Gràttula Beddàttula - i Picari ha chiuso la serata. La gente si è divertita con le musiche della tradizione orale meridionale, curate dalla scuola popolare di musica Ivan Illich.
Rocco Girasole è ricordato nella sua città da una lapide e dalla dedica della Casa del Popolo, costruita venti anni dopo la sua morte. Nella parole dei testimoni di quel giorno di gennaio emergono alcune contraddizioni. Il bracciante viene ricordato come un “buon comunista”, un “martire del lavoro” e un attivista della sezione. Si passa poi ai giudizi un bravo ragazzo, un “bonaccione”, che “non era proprio normale”, però un “grande lavoratore” e in ogni caso uno del popolo, “uno di noi”, che visitava spesso la sede del partito e del sindacato. Per alcuni Girasole era lì per caso, uno “scemo”, un disabile, che fu “mandato avanti” dai dirigenti comunisti, oppure era un senza lavoro che non aveva voglia di darsi da fare, un piantagrane.
Anche sulla sua morte la memoria degli anziani si divide. I democristiani si ricordano che i “comunisti sparavano dal castello” e forse uccisero il loro compagno. Sempre i rossi crearono quello sciopero, perché “cercavano il martire”. I vecchi aderenti e simpatizzanti del partito comunista, ricordano le lotte, la fame e la ricerca del lavoro.
Tutti i documenti sullo sciopero sono stati raccolti da un gruppo di giovani studenti e ricercatori lucani, che hanno voluto non dimenticare. Proprio come la madre di Girasole che nella “camera dove ti ha fatto”, scrive nella sua poesia Luigi Di Ruscio, “metterà la foto della tua faccia che ride”.
Sconti sui farmaci gioie e dolori
POTENZA – Gli sconti non mettono tutti d’accordo. Il decreto Storace ha introdotto una novità sostanziale sui farmaci da banco (OTC) e quelli senza obbligo di prescrizione (SOP): è stata data l'autorizzazione ai farmacisti di applicare sconti fino al 20% sul prezzo massimo stabilito dall’azienda. La piccola rivoluzione, però, non soddisfa l’Ordine dei farmacisti di Potenza. La presidente Magda Cornacchione, titolare di una farmacia nel capoluogo, dice: «Far scendere il prezzo dei farmaci è un’ottima idea. Ma bisognava chiedere alle industria di abbassare i costi. Così i prezzi sarebbero calati in maniera uniforme in tutta Italia. Invece – spiega – si è scelto di fare gli sconti al dettaglio. Molte farmacie, però, non possono applicarli. Soprattutto quelle dei piccoli comuni dove ci sono pochi clienti. Così si finisce per creare cittadini di serie A e di serie B. Quelli delle grandi città potranno risparmiare sui farmaci. Quelli dei piccoli comuni no».
Le farmacie delle città che hanno molti clienti possono di conseguenza comprare una grande quantità di farmaci dai grossisti. È chiaro che se i farmaci si vendono cresce la possibilità di applicare gli sconti. Le farmacie con pochi utenti ordinano meno medicine e quindi godono di minori sconti. «In Basilicata – dice Antonio Colangelo, vice presidente dell’Ordine dei farmacisti di Potenza e titolare di una farmacia a Lagonegro – ci sono molti piccoli paesi, che in alcuni casi non raggiungono neanche i mille abitanti. Qui le farmacie sono un importante presidio sanitario, ma non hanno un giro d’affari tale da potersi permettere degli sconti».
Capita così che per alcuni farmaci venduti in luoghi diversi della Regione ci si accorge di una disparità di trattamento. In una grande città come ad esempio Milano si possono trovare sconti fino al 20 per cento. In una città medio piccola come Potenza gli sconti sono del 10 per cento, anche se non tutte le farmacie li fanno. Nei piccoli paesi lucani le riduzioni non ci sono proprio. «In un piccolo centro come Trivigno – dice Giovanni Calabrese, titolare della locale farmacia – non c’è la possibilità di abbassare i prezzi. Spero che si trovi una soluzione più equa per far pagare di meno i farmaci a tutti i cittadini italiani».
Le farmacie delle città che hanno molti clienti possono di conseguenza comprare una grande quantità di farmaci dai grossisti. È chiaro che se i farmaci si vendono cresce la possibilità di applicare gli sconti. Le farmacie con pochi utenti ordinano meno medicine e quindi godono di minori sconti. «In Basilicata – dice Antonio Colangelo, vice presidente dell’Ordine dei farmacisti di Potenza e titolare di una farmacia a Lagonegro – ci sono molti piccoli paesi, che in alcuni casi non raggiungono neanche i mille abitanti. Qui le farmacie sono un importante presidio sanitario, ma non hanno un giro d’affari tale da potersi permettere degli sconti».
Capita così che per alcuni farmaci venduti in luoghi diversi della Regione ci si accorge di una disparità di trattamento. In una grande città come ad esempio Milano si possono trovare sconti fino al 20 per cento. In una città medio piccola come Potenza gli sconti sono del 10 per cento, anche se non tutte le farmacie li fanno. Nei piccoli paesi lucani le riduzioni non ci sono proprio. «In un piccolo centro come Trivigno – dice Giovanni Calabrese, titolare della locale farmacia – non c’è la possibilità di abbassare i prezzi. Spero che si trovi una soluzione più equa per far pagare di meno i farmaci a tutti i cittadini italiani».
L'identità di Russo ha i colori dell'anima
CESENA – Inconscio lucano e una vocazione intima, allusiva per le cose. Natura resa complice nel mistero dell’esistenza e richiami antichi. Le tele del pittore bernaldese Edgard Russo hanno molto impressionato i visitatori della “Fiera del tempo libero”, organizzata dall’amministrazione comunale a Pieve Sestina di Cesena. Dopo il 24 e il 25 febbraio, si replicherà sabato 4 e domenica 5 marzo. In mezzo a tanti pittori, scultori, intagliatori e appassionati di modellismo, provenienti anche da altri continenti, Russo mischia forme e colori che regalano meraviglia.
La chiave di lettura per introdursi nei “colori dell’anima” del pittore bernaldese va costruita con piccoli passi e sguardi. Ogni quadro si presenta sempre così coinvolgente, ricco di spunti e riecheggiamenti in cui la dimensione onirica può spaziare. Russo talmente legato alla sua terra, al suo mare, ai suoi miti magnogreci, spinge le immagini sui sentieri dell’evocazione. Il suo spazio non è mai finito, ma atmosferico. Le figure, gli uomini, le donne, la natura sono tutti disposti in uno stato di incantato sollevamento.
La pittura si è liberata gradualmente degli elementi che potrebbero disturbare o distogliere. Non c’è l’impellenza di comunicare tutto e subito, pane al pane, vino al vino. No, l’impressione, come la massa preparata ancora in casa prima di trasformarsi in gustosa pasta o altro, deve sorgere con calma, senza fretta. Le intonazioni cromatiche e luminose non disturbano. Si presentano nella loro apparente “nudità” e non chiedono nulla in cambio.
La luce, riempie lo spazio, come se fosse colta da un fremito interiore. Non sbaglia chi guarda i quadri di Russo con gli occhi e i colori dell’anima, prima che la realtà esterna li possa macchiare o sminuire. Lo stile pittorico non aderisce a nessuna scuola in particolare, perché ognuno è già debitore alla natura, a se stesso e agli altri. L’innocenza di simboli e riferimenti, sempre in equilibrio instabile tra sbalordimento e meraviglia, riesce a soppesare quello che il pittore vuole esprimere, sia che si tratti di una spiaggia, sia che ci sia un ritratto o un volto sconosciuto. Disegni e colori si stringono felicemente la mano e ricreano una realtà vitale. Allo scandalo e alle forzature Russo contrappone una dolce poesia visiva. La vita sfocia nella potenza vitale, tanto da non essere mai stata così lontana dal sonno eterno.
La chiave di lettura per introdursi nei “colori dell’anima” del pittore bernaldese va costruita con piccoli passi e sguardi. Ogni quadro si presenta sempre così coinvolgente, ricco di spunti e riecheggiamenti in cui la dimensione onirica può spaziare. Russo talmente legato alla sua terra, al suo mare, ai suoi miti magnogreci, spinge le immagini sui sentieri dell’evocazione. Il suo spazio non è mai finito, ma atmosferico. Le figure, gli uomini, le donne, la natura sono tutti disposti in uno stato di incantato sollevamento.
La pittura si è liberata gradualmente degli elementi che potrebbero disturbare o distogliere. Non c’è l’impellenza di comunicare tutto e subito, pane al pane, vino al vino. No, l’impressione, come la massa preparata ancora in casa prima di trasformarsi in gustosa pasta o altro, deve sorgere con calma, senza fretta. Le intonazioni cromatiche e luminose non disturbano. Si presentano nella loro apparente “nudità” e non chiedono nulla in cambio.
La luce, riempie lo spazio, come se fosse colta da un fremito interiore. Non sbaglia chi guarda i quadri di Russo con gli occhi e i colori dell’anima, prima che la realtà esterna li possa macchiare o sminuire. Lo stile pittorico non aderisce a nessuna scuola in particolare, perché ognuno è già debitore alla natura, a se stesso e agli altri. L’innocenza di simboli e riferimenti, sempre in equilibrio instabile tra sbalordimento e meraviglia, riesce a soppesare quello che il pittore vuole esprimere, sia che si tratti di una spiaggia, sia che ci sia un ritratto o un volto sconosciuto. Disegni e colori si stringono felicemente la mano e ricreano una realtà vitale. Allo scandalo e alle forzature Russo contrappone una dolce poesia visiva. La vita sfocia nella potenza vitale, tanto da non essere mai stata così lontana dal sonno eterno.
L'allegria e il buon vino delle Olimpiadi di Torino 2006
BARDONECCHIA – Le montagne hanno spalancato le braccia alle Olimpiadi e l’ospitalità è entrata nello spirito dei piemontesi. Il territorio valsusino ha accolto migliaia di atleti, i loro accompagnatori, tifosi, giornalisti e appassionati di sport, che sono giunti da tutto il mondo. «È stata un’esperienza molto bella, che è andata oltre le aspettative», parola di un lucano doc Pietro Marino, ma lui preferisce farsi chiamare Pierino, originario di Oliveto Lucano. Ma che cosa ci fa un lucano a Bardonecchia? «Dal 14 febbraio del 1961 gestisco il bar della stazione con tabaccheria e il negozio annesso di vini e liquori, il mio vero hobby. Sono un collezionista di vino da molto tempo». Pierino dirige la sua attività con le sorelle ed è il presidente di un circolo sportivo locale. «Le Olimpiadi ci hanno lasciato la possibilità di riscoprire un’anima sportiva ed escursionistica».
Dal suo osservatorio privilegiato, il bar della stazione, sono passati molti turisti, che hanno avuto modo di assaggiare il famoso genepin “Marino”: «un liquore gustoso e non troppo alcolico, 35 gradi, che ha incontrato il gusto di anziani e giovani». A creare la bontà del prodotto di colore giallo, dal profumo intenso è l’artemisia. Particolarmente a fine pasto non può mancare il genepin, un liquore che rivela il sapore delle Alpi Occidentali, quelle delle altezze e del vento pungente.
Va bene la promozione del Piemonte e dei suoi vini, ma la Basilicata resta la terra madre: «Ritorno poco ad Oliveto e mi dispiace, ma porto nel cuore le tradizioni lucane. Anche il mio paese è tra le montagne come Bardonecchia e mi ricordo che spesso dopo le nevicate rimaneva isolato per qualche giorno». E la rinomata gastronomia lucana? «Quando ci riesco porto su la sopressata e un po’ di olio per farli assaggiare agli amici». La medaglia più importante delle Olimpiadi, quella della bella figura davanti al mondo, per Pierino Marino è d’oro. E dopo? Il turismo, la natura, l’arte e la cultura rimarranno, così come il genepin. Cin, cin per i prossimi anni allora.
Dal suo osservatorio privilegiato, il bar della stazione, sono passati molti turisti, che hanno avuto modo di assaggiare il famoso genepin “Marino”: «un liquore gustoso e non troppo alcolico, 35 gradi, che ha incontrato il gusto di anziani e giovani». A creare la bontà del prodotto di colore giallo, dal profumo intenso è l’artemisia. Particolarmente a fine pasto non può mancare il genepin, un liquore che rivela il sapore delle Alpi Occidentali, quelle delle altezze e del vento pungente.
Va bene la promozione del Piemonte e dei suoi vini, ma la Basilicata resta la terra madre: «Ritorno poco ad Oliveto e mi dispiace, ma porto nel cuore le tradizioni lucane. Anche il mio paese è tra le montagne come Bardonecchia e mi ricordo che spesso dopo le nevicate rimaneva isolato per qualche giorno». E la rinomata gastronomia lucana? «Quando ci riesco porto su la sopressata e un po’ di olio per farli assaggiare agli amici». La medaglia più importante delle Olimpiadi, quella della bella figura davanti al mondo, per Pierino Marino è d’oro. E dopo? Il turismo, la natura, l’arte e la cultura rimarranno, così come il genepin. Cin, cin per i prossimi anni allora.
Leonardo Genovese, ovvero le foto, la luce, il divenire
MILANO - Le forme indeterminate sono quelle in cui si manifesta il divenire. I riflessi, la luce, i segni, le tracce di una casa, sono racchiusi in “Asparizione”, la mostra del fotografo lucano Leonardo Genovese. Nelle grandi foto esposte presso la ‘Galleria Fotografica’ di Milano, in Corso Venezia 22 da oggi fino al 10 marzo, la forma del transitorio e il mutevole s’inseguono in un percorso estetico che usa il filo della caducità e del transitorio nella natura.
Da molti anni Leonardo Genovese lavora con la fotografia ponendosi al di là di movimenti, gruppi, situazioni convenzionali e preordinate. La sua ricerca solitaria tra le foto a colori e il bianco e nero sfocia in spettacoli differenti e pieni di rimandi artistici. E’ soprattutto l’eccezionale varietà delle combinazioni cromatiche a creare una morfologia variegata e mutevole. Davanti agli occhi di spettatori mai sazi di stupore, le foto cambiano gli orizzonti, cambiano il “sapore” stesso della realtà. «Asparizione è nata, confessa Genovese, da una poesia di Giorgio Caproni inserita nella raccolta ‘Il franco cacciatore’. Mi piace il titolo perché è a metà tra la realtà e la fantasia, è un luogo - non luogo. Le foto sono nate tutte in Lucania, nella mia casa, nel mio orto, luoghi che amo e che sono molto evocativi per me. Sono state realizzate con una macchina fotografica tradizionale e non hanno subito alcun ritocco al computer». Nella sua recensione Angela Madesani scrive che la scelta del fotografo lucano è: “antimonumentale, pacata, in controtendenza non solo con le scelte di buona parte del mondo dell’arte, ma anche con i ritmi del circostante, in cui l’esibizione senza frontiere diviene regola di vita”.
Genovese ha costruito immagini teatrali oniriche e fantastiche, nonostante la fotografia, anzi con la credibilità della fotografia, proverbiale conferma della realtà. Le foto, infatti, svolgono un'affascinante esplorazione sui luoghi fisici e mentali del quotidiano, con risultati di assoluta felicità esecutiva. ‘Asparizione’ porta con sé l’ingenuità, ma anche le illusioni e gli entusiasmi che alla fotografia nel suo divenire, sono serviti per individuare il suo specifico e qualificarsi, quindi, come mezzo espressivo indipendente. Se ci si ferma ad ascoltarle in certe immagini si possono sentire dei suoni, sussurri e il debole bisbiglio dell’assenza.
Il fotografo lucano è capace di offrire sensazioni uniche con una "riscoperta" del colore luminoso applicato alla figura. Le sue capacità sono giocate attraverso inquadrature decise, tagli anche estremi, alternanze di toni, composizioni attente e curate. Le opere di Genovese sono una dimostrazione inequivocabile della capacità di vivere il proprio tempo in termini professionali e creativi e di come si può essere "attuali" senza rinnegare il passato.
Da molti anni Leonardo Genovese lavora con la fotografia ponendosi al di là di movimenti, gruppi, situazioni convenzionali e preordinate. La sua ricerca solitaria tra le foto a colori e il bianco e nero sfocia in spettacoli differenti e pieni di rimandi artistici. E’ soprattutto l’eccezionale varietà delle combinazioni cromatiche a creare una morfologia variegata e mutevole. Davanti agli occhi di spettatori mai sazi di stupore, le foto cambiano gli orizzonti, cambiano il “sapore” stesso della realtà. «Asparizione è nata, confessa Genovese, da una poesia di Giorgio Caproni inserita nella raccolta ‘Il franco cacciatore’. Mi piace il titolo perché è a metà tra la realtà e la fantasia, è un luogo - non luogo. Le foto sono nate tutte in Lucania, nella mia casa, nel mio orto, luoghi che amo e che sono molto evocativi per me. Sono state realizzate con una macchina fotografica tradizionale e non hanno subito alcun ritocco al computer». Nella sua recensione Angela Madesani scrive che la scelta del fotografo lucano è: “antimonumentale, pacata, in controtendenza non solo con le scelte di buona parte del mondo dell’arte, ma anche con i ritmi del circostante, in cui l’esibizione senza frontiere diviene regola di vita”.
Genovese ha costruito immagini teatrali oniriche e fantastiche, nonostante la fotografia, anzi con la credibilità della fotografia, proverbiale conferma della realtà. Le foto, infatti, svolgono un'affascinante esplorazione sui luoghi fisici e mentali del quotidiano, con risultati di assoluta felicità esecutiva. ‘Asparizione’ porta con sé l’ingenuità, ma anche le illusioni e gli entusiasmi che alla fotografia nel suo divenire, sono serviti per individuare il suo specifico e qualificarsi, quindi, come mezzo espressivo indipendente. Se ci si ferma ad ascoltarle in certe immagini si possono sentire dei suoni, sussurri e il debole bisbiglio dell’assenza.
Il fotografo lucano è capace di offrire sensazioni uniche con una "riscoperta" del colore luminoso applicato alla figura. Le sue capacità sono giocate attraverso inquadrature decise, tagli anche estremi, alternanze di toni, composizioni attente e curate. Le opere di Genovese sono una dimostrazione inequivocabile della capacità di vivere il proprio tempo in termini professionali e creativi e di come si può essere "attuali" senza rinnegare il passato.
Le Olimpiadi di un lucano
CESANA PARIOL – Grigio, giallo e rosso sono i colori che contraddistinguono i volontari nei Giochi Olimpici di Torino 2006. Nelle sedi di gara lo spirito Olimpico ha preso il sopravvento sullo spirito umano di tanti ragazzi e ragazze con la divisa. Gli oltre ventimila volontari, sempre pronti a dosare passione e dedizione, dimostrano una grande attenzione per il loro lavoro. Tra loro c’è il potentino Carmine Corbisiero, 23 anni, che studia ingegneria elettronica al Politecnico di Torino. Ogni giorno prende il treno dal capoluogo piemontese fino ad Oulx. Da lì una navetta lo porta su a Cesana Torinese, poi c’è la cabinovia fino a Cesana Pariol, dove si disputano le gare di bob, slittino e skeleton. La sera c’è il ritorno nel collegio universitario a Torino. L’impegno olimpico farà guadagnare al potentino cinque crediti formativi, grazie agli accordi tra l’università torinese e gli organizzatori dei Giochi.
Carmine ha un ruolo delicato ed importante: è stato assegnato al protocol crew, vale a dire l’accoglienza della famiglia Olimpica: membri del Cio (Comitato Olimpico Internazionale), capi di Stato e di Governo. «Ho incontrato – racconta appassionato il volontario lucano - il presidente del Cio, Jacques Rogge, durante le gare di bob il principe Alberto di Monaco, Franz Josef Jung, ministro della difesa tedesca, la principessa Anna d’Inghilterra, il primo ministro lettone Aigars Kalvītis, oltre ai presidenti delle federazioni sportive nazionali e internazionali».
Il giovane volontario lucano ha già avuto altre esperienze sportive grazie al Cus (Centro Universitario Sportivo) torinese, dove ha seguito da vicino le gesta degli atleti inglesi: «L’esperienza come volontario del Cus mi ha aiutato nel mio lavoro qui a Cesana Pariol. Incontrare gente così importante mi piace e sono contento, perché mi dà la possibilità di migliorare il mio inglese».
Tra l’assistenza nella “casa” della famiglia Olimpica o sulle tribune riservate, Carmine ha trovato il tempo di familiarizzare con gli altri volontari che sono con lui e di parlare della sua Regione: «Cerco sempre di raccontare qualcosa sulla Basilicata. Spesso invito i ragazzi che conosco a farmi visita, per trascorrere al Sud qualche giorno di vacanza insieme». Se l’unico requisito per partecipare ai Giochi era la passione, Corbisiero è promosso a pieni voti.
Carmine ha un ruolo delicato ed importante: è stato assegnato al protocol crew, vale a dire l’accoglienza della famiglia Olimpica: membri del Cio (Comitato Olimpico Internazionale), capi di Stato e di Governo. «Ho incontrato – racconta appassionato il volontario lucano - il presidente del Cio, Jacques Rogge, durante le gare di bob il principe Alberto di Monaco, Franz Josef Jung, ministro della difesa tedesca, la principessa Anna d’Inghilterra, il primo ministro lettone Aigars Kalvītis, oltre ai presidenti delle federazioni sportive nazionali e internazionali».
Il giovane volontario lucano ha già avuto altre esperienze sportive grazie al Cus (Centro Universitario Sportivo) torinese, dove ha seguito da vicino le gesta degli atleti inglesi: «L’esperienza come volontario del Cus mi ha aiutato nel mio lavoro qui a Cesana Pariol. Incontrare gente così importante mi piace e sono contento, perché mi dà la possibilità di migliorare il mio inglese».
Tra l’assistenza nella “casa” della famiglia Olimpica o sulle tribune riservate, Carmine ha trovato il tempo di familiarizzare con gli altri volontari che sono con lui e di parlare della sua Regione: «Cerco sempre di raccontare qualcosa sulla Basilicata. Spesso invito i ragazzi che conosco a farmi visita, per trascorrere al Sud qualche giorno di vacanza insieme». Se l’unico requisito per partecipare ai Giochi era la passione, Corbisiero è promosso a pieni voti.