Fabio Concato ha iniziato la sua carriera di cantante nel 1977 con l’album “Storie di sempre”. I suoi concerti in giro per l’Italia sono sempre molto seguiti come quello nelle immagini per la “Notte bianca” di Teramo.
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Concato ha scritto molti successi come “Una domenica bestiale”, “Guido piano”, “Rosalina”, ma quali sono le canzoni che il pubblico gli chiede spesso durante i concerti?
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La canzone “Fiore di maggio” è dedicata a sua figlia e come padre confessa di essere:
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Tra i suoi hobby ci sono lo sci, il karate, l’ippica e...
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A tre anni dall’ultimo album “Voilà”, il cantautore ha voglia di ritornare con un nuovo disco e dice:
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domenica, ottobre 29, 2006
mercoledì, ottobre 25, 2006
Diciamo la verità al potere
MILANO - “Speak truth to power” (Dire la verità al potere) è una rappresentazione teatrale e musicale voluta da Kerry Kennedy e sostenuta da Telecom Progetto Italia. Kerry, figlia di Robert, ha intervistato in tutto il mondo noti “difensori” dei diritti umani insieme al fotografo Eddie Adams. Quelle interviste sono diventate un libro, una mostra e uno spettacolo che in Italia è diretto da Lucio Dalla. “Speak truth to power” è già stato rappresentato nel 2004 a Mantova, Roma e Firenze. «È un’occasione - dice il cantante - per ricordare che anche in Paesi più fortunati, come l’Italia, i diritti possono essere facilmente negati». Perché Dalla ha scelto di dirigere “Speak truth to power”? «Innanzitutto perché mi è stato proposto, non lo conoscevo prima. Ciò che mi ha intrigato è la possibilità, che Kerry Kennedy mi ha lasciato, di realizzare una teatralizzazione».
Ci sono un “difensore” dei diritti umani o una storia che ora vuole ricordare? «Tutte. Anche la storia più piccola o la più grande hanno sempre qualcosa che diventa emblematico. “Speak truth to power” non è solo uno spettacolo, è un incontro con la gente. Mi preoccupa che molti metabolizzino tutto, anche l’aspetto più drammatico dell’informazione». Come si fonde la passione del cantante con il mestiere di regista? «Per forza di cose. Dopo tanto tempo sul palco, come minimo fai la regia di te stesso, anche se ripari una gomma. Io amo molto il cinema, il teatro, la scrittura e di conseguenza la regia mi è nata dentro». Lei è una persona curiosa nella vita di tutti i giorni, lo è anche sul palco quando canta o dirige? «Sono curioso già di ciò che succederà oggi pomeriggio. È un atteggiamento che ho fin da bambino. Il mio miglior amico è quello che devo ancora incontrare, il miglior film è quello che devo vedere, con grande rispetto per la memoria». È molto legato a Bologna e alle isole Tremiti. Perché ha scelto Milano per il nuovo debutto dello spettacolo? «Sono un uomo del Nord che preferisce stare al Sud per ragioni visibili: il clima, il cibo e la gente. Quando devo lavorare, però, vengo qua a Milano, la città dei miei lavori migliori».
Come si racconta l’uomo Dalla pieno di passioni e istinto nelle sue canzoni? «Narrando cose semplici, come le canzoni che scrivo. Faccio questo lavoro perché do valore agli altri. Mi conforta il fatto che quando una canzone è buona la gente la usa come una sedia». Quali sono le prossime opere che dirigerà? «L’Arlecchino di Ferruccio Busoni e il Pulcinella di Igor Stravinskij. Dirigerò una lettura di Salmi, in Duomo a Milano e una Fedra, che inaugurerà il Festival dell’Ortigia a Siracusa nel teatro greco». È uscito da poco il suo cofanetto 12.000 lune è un bell’amarcord... «Sì, il disco sta andando bene, stranamente, perché la gente conosce già tutte le canzoni, compresi i tre inediti tra cui il singolo Dark Bologna». Qual è il messaggio che ha voluto lanciare con Dark Bologna? «Il divertimento. È una mia riaffiliazione nei confronti della città d’origine. Ho scritto la canzone e poco dopo Bologna è diventata “Città della musica” per l’Unesco. Abbiamo fatto un grande concerto in Piazza Maggiore per tutti. Sono convinto che tutte le cose abbiano un loro incastro che ci fa dire “Viva la vita” ed è divertente per questo».
Scheda
Lo spettacolo è dedicato ai difensori dei diritti umani, i “defenders”. È in scena al Teatro Strehler di Milano. L’opera, scritta dal romanziere e drammaturgo Ariel Dorfmann, ha avuto molte edizioni internazionali. Per ribadire la necessità di difendere i diritti umani sul palco ci saranno Marco Alemanno, Angela Baraldi, Aldo Cazzullo, Piera Degli Esposti, Mariel Hemingway, nipote dello scrittore Ernest, Enzo Iacchetti, Andrea Jonasson, Gad Lerner, Enrico Lo Verso, Piero Mazzarella, Ron e Vittorio Sgarbi. Ognuno racconterà in prima persona le storie di molti “defenders” dal Nobel per la Pace Rigoberta Menchù Tum allo scrittore rumeno Elie Wiesel, dall’arcivescovo sudafricano Desmon Tutu all’indiano Kailash Satyarthi che si batte per abolire il lavoro minorile. Ad introdurre e collegare le storie c’è “The Man” (L’uomo), che è seduto davanti a una scrivania e prende nota, mentre la sua immagine è proiettata su un grande schermo.
Ci sono un “difensore” dei diritti umani o una storia che ora vuole ricordare? «Tutte. Anche la storia più piccola o la più grande hanno sempre qualcosa che diventa emblematico. “Speak truth to power” non è solo uno spettacolo, è un incontro con la gente. Mi preoccupa che molti metabolizzino tutto, anche l’aspetto più drammatico dell’informazione». Come si fonde la passione del cantante con il mestiere di regista? «Per forza di cose. Dopo tanto tempo sul palco, come minimo fai la regia di te stesso, anche se ripari una gomma. Io amo molto il cinema, il teatro, la scrittura e di conseguenza la regia mi è nata dentro». Lei è una persona curiosa nella vita di tutti i giorni, lo è anche sul palco quando canta o dirige? «Sono curioso già di ciò che succederà oggi pomeriggio. È un atteggiamento che ho fin da bambino. Il mio miglior amico è quello che devo ancora incontrare, il miglior film è quello che devo vedere, con grande rispetto per la memoria». È molto legato a Bologna e alle isole Tremiti. Perché ha scelto Milano per il nuovo debutto dello spettacolo? «Sono un uomo del Nord che preferisce stare al Sud per ragioni visibili: il clima, il cibo e la gente. Quando devo lavorare, però, vengo qua a Milano, la città dei miei lavori migliori».
Come si racconta l’uomo Dalla pieno di passioni e istinto nelle sue canzoni? «Narrando cose semplici, come le canzoni che scrivo. Faccio questo lavoro perché do valore agli altri. Mi conforta il fatto che quando una canzone è buona la gente la usa come una sedia». Quali sono le prossime opere che dirigerà? «L’Arlecchino di Ferruccio Busoni e il Pulcinella di Igor Stravinskij. Dirigerò una lettura di Salmi, in Duomo a Milano e una Fedra, che inaugurerà il Festival dell’Ortigia a Siracusa nel teatro greco». È uscito da poco il suo cofanetto 12.000 lune è un bell’amarcord... «Sì, il disco sta andando bene, stranamente, perché la gente conosce già tutte le canzoni, compresi i tre inediti tra cui il singolo Dark Bologna». Qual è il messaggio che ha voluto lanciare con Dark Bologna? «Il divertimento. È una mia riaffiliazione nei confronti della città d’origine. Ho scritto la canzone e poco dopo Bologna è diventata “Città della musica” per l’Unesco. Abbiamo fatto un grande concerto in Piazza Maggiore per tutti. Sono convinto che tutte le cose abbiano un loro incastro che ci fa dire “Viva la vita” ed è divertente per questo».
Scheda
Lo spettacolo è dedicato ai difensori dei diritti umani, i “defenders”. È in scena al Teatro Strehler di Milano. L’opera, scritta dal romanziere e drammaturgo Ariel Dorfmann, ha avuto molte edizioni internazionali. Per ribadire la necessità di difendere i diritti umani sul palco ci saranno Marco Alemanno, Angela Baraldi, Aldo Cazzullo, Piera Degli Esposti, Mariel Hemingway, nipote dello scrittore Ernest, Enzo Iacchetti, Andrea Jonasson, Gad Lerner, Enrico Lo Verso, Piero Mazzarella, Ron e Vittorio Sgarbi. Ognuno racconterà in prima persona le storie di molti “defenders” dal Nobel per la Pace Rigoberta Menchù Tum allo scrittore rumeno Elie Wiesel, dall’arcivescovo sudafricano Desmon Tutu all’indiano Kailash Satyarthi che si batte per abolire il lavoro minorile. Ad introdurre e collegare le storie c’è “The Man” (L’uomo), che è seduto davanti a una scrivania e prende nota, mentre la sua immagine è proiettata su un grande schermo.
sabato, ottobre 21, 2006
Un cantante "fortissimi", il pugliese Checco Zalone
MILANO – È stato il personaggio dell’estate, perché ha scritto “Siamo una squadra fortissimi”, la canzone più ascoltata di tutte. Checco Zalone, cantante neomelodico lanciato dalla trasmissione comica “Zelig”, ora ci riprova con “I juventini”. Nella vita Luca Medici, 29 anni, di Capurso, Bari, confessa di essere «più bravo come pianista e compositore, che come cabarettista». Com’è nato Checco Zalone? «Che domanda, da mamma e papà, no? Scherzo. Ho sempre avuto una grossa passione per la musica, ma ho scoperto di far ridere anche grazie alla melodia». Perché ha scelto di cantare in napoletano? «Nel Sud c’è la tendenza ad emulare il napoletano, il cantante neomelodico. Nelle televisioni locali ci sono molte trasmissioni con canzoni napoletane e l’idea mi è venuta lì. Poi il personaggio è andato molto bene e la mia vita è cambiata da un giorno all’altro».
Ha avuto successo a Milano. Quanti sacrifici ha affrontato? «Devo confessare che ho fatto poca gavetta e spero di non pagarne il prezzo. Non ho sudato per ottenere il successo. Cantavo nelle pizzerie, poi c’è stata la televisione che è un mezzo “potentissimi”. La gente ti riconosce per strada, diventi un personaggio e forse ti chiudi in quel ruolo. Mi chiamano Checco, ma io sono Luca. Ho anche una laurea in giurisprudenza, lo dico per mia madre, perché ci tiene». Il suo italiano sgrammaticato è una scelta vincente, però... «Non sono uno che si monta la testa, ma penso che la canzone sgrammaticata l’ho inventata io, grazie. Il nome collettivo e l’aggettivo al plurale, “una squadra fortissimi, una squadra gloriosi”, può sembrare ‘na strunzata, ma è andata molto bene».
Dopo Checco cosa s’inventerà? «Ci sarà un periodo in cui avrò una crisi “mistica”. Dopo aver detto tutto con Checco dovrò tirar fuori qualcosa di nuovo e sarà un’impresa ardua. Ma come parlo bene!». Ha scritto anche un libro “Se non avrei fatto il cantante”, che cosa avrebbe fatto? «L’avvocato, ma delle cause perse ovviamente». Dove prende spunto per i suoi giochi di parole? «Per strada, mentre sono sul tram o in bagno». Chi si sente di ringraziare per il successo della canzone “Siamo una squadra fortissimi”? «La Nazionale di calcio che ha vinto i Mondiali mi ha portato fortuna. Vedermi al primo posto in classifica tra i singoli più venduti seguito da Robbie Williams o Tiziano Ferro non penso che capiterà più».
Per quale squadra di calcio fa il tifo? «Per il Bari, forza Bari, ma del calcio non m’importa nulla, devo confessarlo. Paradossalmente, però, è sul calcio che ho fondato le mie canzoni». Sta lanciando la canzone “I juventini”, dedicata ai tifosi tristi per la B e se dovesse finirci lei in B? «Spero che Luca Medici abbia la forza di capire che è tutto un gioco. Spero, comunque, di avere la forza per tornare in A o per vivere serenamente la mia B». Poi Checco saluta e va via canticchiando: «I juventini non ammollano mai / pure che stiamo pieni pieni di guai / noi sappiamo aspettare / di tornare a sognare / di tornare a rubare... il cuore dei fansi».
Ha avuto successo a Milano. Quanti sacrifici ha affrontato? «Devo confessare che ho fatto poca gavetta e spero di non pagarne il prezzo. Non ho sudato per ottenere il successo. Cantavo nelle pizzerie, poi c’è stata la televisione che è un mezzo “potentissimi”. La gente ti riconosce per strada, diventi un personaggio e forse ti chiudi in quel ruolo. Mi chiamano Checco, ma io sono Luca. Ho anche una laurea in giurisprudenza, lo dico per mia madre, perché ci tiene». Il suo italiano sgrammaticato è una scelta vincente, però... «Non sono uno che si monta la testa, ma penso che la canzone sgrammaticata l’ho inventata io, grazie. Il nome collettivo e l’aggettivo al plurale, “una squadra fortissimi, una squadra gloriosi”, può sembrare ‘na strunzata, ma è andata molto bene».
Dopo Checco cosa s’inventerà? «Ci sarà un periodo in cui avrò una crisi “mistica”. Dopo aver detto tutto con Checco dovrò tirar fuori qualcosa di nuovo e sarà un’impresa ardua. Ma come parlo bene!». Ha scritto anche un libro “Se non avrei fatto il cantante”, che cosa avrebbe fatto? «L’avvocato, ma delle cause perse ovviamente». Dove prende spunto per i suoi giochi di parole? «Per strada, mentre sono sul tram o in bagno». Chi si sente di ringraziare per il successo della canzone “Siamo una squadra fortissimi”? «La Nazionale di calcio che ha vinto i Mondiali mi ha portato fortuna. Vedermi al primo posto in classifica tra i singoli più venduti seguito da Robbie Williams o Tiziano Ferro non penso che capiterà più».
Per quale squadra di calcio fa il tifo? «Per il Bari, forza Bari, ma del calcio non m’importa nulla, devo confessarlo. Paradossalmente, però, è sul calcio che ho fondato le mie canzoni». Sta lanciando la canzone “I juventini”, dedicata ai tifosi tristi per la B e se dovesse finirci lei in B? «Spero che Luca Medici abbia la forza di capire che è tutto un gioco. Spero, comunque, di avere la forza per tornare in A o per vivere serenamente la mia B». Poi Checco saluta e va via canticchiando: «I juventini non ammollano mai / pure che stiamo pieni pieni di guai / noi sappiamo aspettare / di tornare a sognare / di tornare a rubare... il cuore dei fansi».
Nathalie Caldonazzo un bella "Strega in Paradiso"
MILANO – Quando le streghe s’innamorano perdono il loro potere. Per fortuna a Nathalie Caldonazzo, in scena al Teatro Nuovo di Milano con “Una strega in paradiso”, la magia non serve. È già bella e la maternità le ha dato una nuova energia. La commedia che Nathalie porta in scena fino al prossimo 29 ottobre, è diventata un film nel 1958 con Kim Novak, James Stewart e Jack Lemmon. La storia è quella di Gilda, (Caldonazzo) bella antiquaria, ma strega, che s’innamora dell'editore Gianmarco (Pietro Longhi) prima del suo fatidico sì. Decide di sedurlo, lo convince a non sposarsi grazie alla magia e il poveretto getta la spugna. Gilda, però, invece di essere felice è molto preoccupata, perché pensa che solo tramite gli incantesimi ha conquistato Gianmarco. Dire o non dire la verità? Sì, perché alla fine l’amore trionfa sempre.
Nathalie qual è il suo Paradiso? «Una bella vacanza. Mi piace guadagnarmi le cose e forse merito una bella vacanza». Nella commedia usa la magia per conquistare Gianmarco e nella vita reale? «Nella vita purtroppo o per fortuna non ho questo dono e non credo che l’userei, anzi in passato, forse, avrei utilizzato di più la magia, ma adesso no». Preferisce essere più strega o bella donna? «Recito in teatro, perché non sono costretta a fare la bella donna come in tv». Dopo tanta televisione e il Bagaglino l’arrivo in teatro, perché? «Il teatro mi ha dato tanto, mi regala belle emozioni. Sono otto anni che lo faccio seriamente passando dai classici alle commedie più leggere. È un percorso più difficile, perché magari attraversi l’Italia e il grande pubblico non lo sa. Alla fine, però, ti ritrovi un mestiere che non ha età. Sicuramente il teatro mi dà più sicurezza e io sono una persona che ha bisogno di mettere radici».
Mamma e attrice di teatro, sono state due scelte giuste? «È tutto molto faticoso. Da quando ho avuto Mia, mi rendo conto che il tempo passa velocemente. Dopo le prove in teatro, devo scappare subito a casa dalla mia bambina. Mi riposo sei ore per notte, ma non mi lamento». Che voto si dà la mamma? «Mi sembra sempre di non dare mai abbastanza, però 7+ alla mamma».
Quando la rivedremo in televisione? «Chissà se un giorno deciderò di andare all’Isola dei famosi... Dopo tanta fatica mettersi a fare un reality, mai dire mai, ma spero di poter scegliere esperienze più emozionanti». Si sente matura grazie al teatro? «Sì, perché adesso che ho una storia d’amore la prendo seriamente e pretendo di essere ascoltata. Prima mi nascondevo molto». Nel 1997 alla presentazione dello spettacolo “Bertoldo, Bertoldino e Bertinotti” disse: “Non pongo il successo davanti a tutto, se verrà, verrà”. È ancora così? «Sì, ma forse troppo successo mi darebbe fastidio. In teatro ho il mio pubblico, poche persone che mi riconoscono e va bene così».
Nathalie qual è il suo Paradiso? «Una bella vacanza. Mi piace guadagnarmi le cose e forse merito una bella vacanza». Nella commedia usa la magia per conquistare Gianmarco e nella vita reale? «Nella vita purtroppo o per fortuna non ho questo dono e non credo che l’userei, anzi in passato, forse, avrei utilizzato di più la magia, ma adesso no». Preferisce essere più strega o bella donna? «Recito in teatro, perché non sono costretta a fare la bella donna come in tv». Dopo tanta televisione e il Bagaglino l’arrivo in teatro, perché? «Il teatro mi ha dato tanto, mi regala belle emozioni. Sono otto anni che lo faccio seriamente passando dai classici alle commedie più leggere. È un percorso più difficile, perché magari attraversi l’Italia e il grande pubblico non lo sa. Alla fine, però, ti ritrovi un mestiere che non ha età. Sicuramente il teatro mi dà più sicurezza e io sono una persona che ha bisogno di mettere radici».
Mamma e attrice di teatro, sono state due scelte giuste? «È tutto molto faticoso. Da quando ho avuto Mia, mi rendo conto che il tempo passa velocemente. Dopo le prove in teatro, devo scappare subito a casa dalla mia bambina. Mi riposo sei ore per notte, ma non mi lamento». Che voto si dà la mamma? «Mi sembra sempre di non dare mai abbastanza, però 7+ alla mamma».
Quando la rivedremo in televisione? «Chissà se un giorno deciderò di andare all’Isola dei famosi... Dopo tanta fatica mettersi a fare un reality, mai dire mai, ma spero di poter scegliere esperienze più emozionanti». Si sente matura grazie al teatro? «Sì, perché adesso che ho una storia d’amore la prendo seriamente e pretendo di essere ascoltata. Prima mi nascondevo molto». Nel 1997 alla presentazione dello spettacolo “Bertoldo, Bertoldino e Bertinotti” disse: “Non pongo il successo davanti a tutto, se verrà, verrà”. È ancora così? «Sì, ma forse troppo successo mi darebbe fastidio. In teatro ho il mio pubblico, poche persone che mi riconoscono e va bene così».
Fabri Fibra, un rapper da non odiare
MILANO – Il 2006 nella storia della musica italiana sarà ricordato per l'esplosione del nuovo hip hop nazionale, grazie a due cantanti: Mondo Marcio e Fabri Fibra. Fabrizio Tarducci, ovvero Fabri Fibra è nato a Senigallia nel 1979. Il rapper ha iniziato in questi giorni il suo tour “Io odio Fabri Fibra”, in cui promuove quello che è stato etichettato come uno dei dischi che danno il cattivo esempio: “Tradimento”. È un cd pieno di frasi crudeli e di tante parolacce, che hanno avuto presa molto facile sui più giovani. Fabri Fibra, si aspettava il successo di questa estate? «Quando ho iniziato a 17 anni, pensavo solo a far musica con mio fratello (il rapper Nesly Rice ndr) e con i miei amici. Il mio obiettivo non era avere successo, ma solo scrivere musica».
Il suo è un trionfo dovuto soprattutto al popolo di internet. Che cosa ricorda dei suoi inizi? «Con mio fratello abbiamo iniziato a pubblicare le canzoni solo su internet. I ragazzi hanno ascoltato la mia musica scaricandola direttamente sul loro computer, senza passare nei negozi di dischi, senza aver visto la mia faccia. Canzone dopo canzone sono diventato il più richiesto rapper italiano in internet». Nel 2002 arriva la grande occasione con Neffa... «Sì, dopo aver vinto una gara di freestyle in rima, una musica che combina i ritmi della techno e della house con sonorità latineggianti, Neffa mi ha chiamato. Da lui ho imparato molto, ma il disco “Turbe giovanili” non ha venduto molto, perché i ragazzi lo masterizzavano».
Il suo tour si chiama “Io odio Fabri Fibra”, ma per avere il consenso del pubblico c’è bisogno per forza di odiare? «Il mio non è un odio premeditato, è generazionale, sociale, mentale, perché per riuscire ad avere qualcosa devi scontrarti con dei muri, devi essere amico di qualcuno che conosce qualcun altro». Dopo un anno di silenzio e un contratto con la Universal Music Italia, ad aprile ha pubblicato il singolo “Applausi per Fibra”, ma le piacciono tanto gli applausi? «Mi sono serviti come incoraggiamento, perché dopo 10 anni di musica indipendente ero molto scoraggiato. Non avrei mai creduto di aver tanto successo o, forse, le cose importanti accadono quando smetti di sperarci».
È da sempre conosciuto per i suoi testi duri, pieni di parole volgari, ma che cosa vuole trasmettere al suo pubblico? «Le mie canzoni sono state accolte come una novità e la mia musica è diretta, veloce, per i giovani. Voglio solo trasmettere quello che mi gira per la testa. Ora ho molta confusione, non ho certezze politiche o lavorative. Non voglio, però, sprecare il mio tempo producendo canzoni senza senso. Il giorno in cui non avrò niente da dire, sparirò come molti musicisti da un giorno all’altro». Durante i suoi concerti come pensa di ringraziare il suo pubblico? «Sono stati i ragazzi a farmi arrivare primo nella classifica dei dischi più venduti e per loro ripercorrerò tutta la mia storia musicale. Il rap è una musica che pretende di raccontare e adesso in Italia ha un’identità molto forte. Voglio che i giovani, vedendomi sul palco, si convincano che come ce l’ho fatta io a realizzare i miei sogni, possono farcela anche loro».
Il suo è un trionfo dovuto soprattutto al popolo di internet. Che cosa ricorda dei suoi inizi? «Con mio fratello abbiamo iniziato a pubblicare le canzoni solo su internet. I ragazzi hanno ascoltato la mia musica scaricandola direttamente sul loro computer, senza passare nei negozi di dischi, senza aver visto la mia faccia. Canzone dopo canzone sono diventato il più richiesto rapper italiano in internet». Nel 2002 arriva la grande occasione con Neffa... «Sì, dopo aver vinto una gara di freestyle in rima, una musica che combina i ritmi della techno e della house con sonorità latineggianti, Neffa mi ha chiamato. Da lui ho imparato molto, ma il disco “Turbe giovanili” non ha venduto molto, perché i ragazzi lo masterizzavano».
Il suo tour si chiama “Io odio Fabri Fibra”, ma per avere il consenso del pubblico c’è bisogno per forza di odiare? «Il mio non è un odio premeditato, è generazionale, sociale, mentale, perché per riuscire ad avere qualcosa devi scontrarti con dei muri, devi essere amico di qualcuno che conosce qualcun altro». Dopo un anno di silenzio e un contratto con la Universal Music Italia, ad aprile ha pubblicato il singolo “Applausi per Fibra”, ma le piacciono tanto gli applausi? «Mi sono serviti come incoraggiamento, perché dopo 10 anni di musica indipendente ero molto scoraggiato. Non avrei mai creduto di aver tanto successo o, forse, le cose importanti accadono quando smetti di sperarci».
È da sempre conosciuto per i suoi testi duri, pieni di parole volgari, ma che cosa vuole trasmettere al suo pubblico? «Le mie canzoni sono state accolte come una novità e la mia musica è diretta, veloce, per i giovani. Voglio solo trasmettere quello che mi gira per la testa. Ora ho molta confusione, non ho certezze politiche o lavorative. Non voglio, però, sprecare il mio tempo producendo canzoni senza senso. Il giorno in cui non avrò niente da dire, sparirò come molti musicisti da un giorno all’altro». Durante i suoi concerti come pensa di ringraziare il suo pubblico? «Sono stati i ragazzi a farmi arrivare primo nella classifica dei dischi più venduti e per loro ripercorrerò tutta la mia storia musicale. Il rap è una musica che pretende di raccontare e adesso in Italia ha un’identità molto forte. Voglio che i giovani, vedendomi sul palco, si convincano che come ce l’ho fatta io a realizzare i miei sogni, possono farcela anche loro».
Anna Falchi recita a teatro in "Notthing Hill"
Anna Falchi torna sul palco. Sta girando l'Italia con la prima commedia tratta dal film "Notting Hill", che ha reso famosi Julia Roberts e Hugh Grant. Il suo ruolo è quello di Anna Scott, attrice acclamata in tutto il mondo, la cui vita è sconvolta da uno scandalo. In questo periodo la Falchi ha preferito il palcoscenico.
Anna Scott, dopo alcune circostanze sfortunate, riesce a trovare anche l'amore. La Falchi ha scelto "Notting Hill", perché la vicenda di un'attrice famosa demolita dalla stampa, ha qualche analogia con la sua storia.
Il matrimonio dell'estate 2005 con Stefano Ricucci va avanti, nonostante le disavventure giudiziarie. L'obiettivo di Anna è quello di proteggere il marito, dargli forza, aiutarlo:
La lite di qualche settimana fa a Roma con Marina Ripa di Meana e le precedenti polemiche con Simona Ventura per l'imitazione di Ricucci sembrano lontane. Anna in futuro vuole dedicarsi al cinema, ma come produttrice:
Anna Scott, dopo alcune circostanze sfortunate, riesce a trovare anche l'amore. La Falchi ha scelto "Notting Hill", perché la vicenda di un'attrice famosa demolita dalla stampa, ha qualche analogia con la sua storia.
Il matrimonio dell'estate 2005 con Stefano Ricucci va avanti, nonostante le disavventure giudiziarie. L'obiettivo di Anna è quello di proteggere il marito, dargli forza, aiutarlo:
La lite di qualche settimana fa a Roma con Marina Ripa di Meana e le precedenti polemiche con Simona Ventura per l'imitazione di Ricucci sembrano lontane. Anna in futuro vuole dedicarsi al cinema, ma come produttrice:
La musica dance conquista il nuovo Robbie Williams
Robbie Williams ha sorpreso ancora i suoi fan. Rudebox, il nuovo album da oggi nei negozi di tutto il mondo, si è ispirato alla musica dance. I 17 brani, tra cui alcuni classici di altri cantanti e una canzone dedicata a Madonna, sono completamente diversi dai precedenti lavori. Rudebox unisce, infatti, pop, elettronica, funky e hip pop.
Dopo 10 anni di carriera da solista, Williams ha deciso di realizzare un vero e proprio viaggio musicale tra diversi generi, spaziando dalla riflessione alla stravaganza.
"E' diventato qualcosa in cui ho trovato me stesso. - dice il cantante - Questa è la giusta direzione, per me personalmente è così. Quello che mi dà la carica ora è fare più musica"
Il disco è ricco, aggressivo, vario, quasi un diario in musica che restituisce al pubblico un Robbie Williams che vuole sorridere e si inchina al futuro.
Dopo 10 anni di carriera da solista, Williams ha deciso di realizzare un vero e proprio viaggio musicale tra diversi generi, spaziando dalla riflessione alla stravaganza.
"E' diventato qualcosa in cui ho trovato me stesso. - dice il cantante - Questa è la giusta direzione, per me personalmente è così. Quello che mi dà la carica ora è fare più musica"
Il disco è ricco, aggressivo, vario, quasi un diario in musica che restituisce al pubblico un Robbie Williams che vuole sorridere e si inchina al futuro.
sabato, ottobre 07, 2006
La poesia di Ligabue, una passione d'amore nascosta nel frigo
L’ultimo successo è stato il Festivalbar 2006, ma Ligabue ha sempre voglia di stupire. Così dopo una raccolta di racconti e un romanzo, il cantante ha pubblicato il suo primo libro di poesie, "Lettere d’amore nel frigo".
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Il Liga ha già diretto nella sua carriera due film: "Radiofreccia" e "Da zero a dieci". Dal 1990, anno dell’esordio, ha scritto numerose canzoni di successo, ma difficilmente scherza sul suo lavoro.
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Ora dopo aver suonato in club, palasport e stadi, il rocker di Correggio si esibisce nei teatri, con oltre 40 date, per la quarta parte del suo tour "Nome e cognome". Nelle due ore di concerto Ligabue leggerà alcune sue poesie.
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Ma Ligabue rimane sempre indeciso se definirsi poeta o cantautore, fa dell'ironia e dice:
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Il Liga ha già diretto nella sua carriera due film: "Radiofreccia" e "Da zero a dieci". Dal 1990, anno dell’esordio, ha scritto numerose canzoni di successo, ma difficilmente scherza sul suo lavoro.
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Ora dopo aver suonato in club, palasport e stadi, il rocker di Correggio si esibisce nei teatri, con oltre 40 date, per la quarta parte del suo tour "Nome e cognome". Nelle due ore di concerto Ligabue leggerà alcune sue poesie.
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Ma Ligabue rimane sempre indeciso se definirsi poeta o cantautore, fa dell'ironia e dice:
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