LIVORNO - È stato uno scrittore poco conosciuto. Ezio Taddei (1895 - 1956) visse da umile tra gli umili. Livorno, la sua città natale, a mezzo secolo dalla morte, gli dedica questa sera alle 21.30 la rappresentazione “Il quinto Vangelo”. L’opera teatrale, che andrà in scena presso “La Goldonetta”, è liberamente tratta dal libro di Taddei e si avvale dei testi, dell’interpretazione e della regia di Piero Giorgetti.
Durante la sua vita drammatica, ma affascinante, Ezio Taddei affrontò otto anni di reclusione, la vigilanza speciale e il confino, prima nell’isola di Ponza e poi dal 1935 per circa due anni a Bernalda, dove iniziò a scrivere. Per natura ostinato, seguendo il proprio istinto anarchico, lottò contro Fascismo, mafia italo-americana e l’ipocrisia dei poteri forti. Tra le sue opere si ricordano “Il pino e la rufola”, “Rotaia”, “La fabbrica parla”, “Le porte dell’inferno” e “Il quinto Vangelo”. In quest’ultimo libro l’autore descrive la figura di Gesù Cristo, sempre vicino ai poveri, tanto da lasciarli in eredità agli apostoli. Il linguaggio è molto semplice, si avvale di espressioni popolari e ricorda da vicino lo stile dell’evangelista Marco, oltre che alcuni brani dei vangeli apocrifi. “Il quinto Vangelo” fu pubblicato a Roma da Mengarelli nel 1950 e ristampato nel 1970 per le edizioni Locusta di Vicenza.
Fu a Bernalda, dunque, che Taddei, come ha raccontato la sorella Tirrena al giornalista Vito Tota, cominciò ad inventare e a scrivere novelle per intrattenere i bambini. La testimonianza si può leggere in internet scegliendo l’indirizzo http://eziotaddei.splinder.com. A Bernalda, situata erroneamente nei ricordi di Tirrena «sulle montagne della Basilicata», lo scrittore toscano arrivò scortato da due carabinieri in un mattino piovoso di novembre. «Era un paese di pastori e di contadini, dove non erano abituati a vedere forestieri. Ma Ezio in breve riuscì a farsi degli amici, specie tra i bambini. Ne riceveva le visite in casa. A tutti quei piccoletti incuriositi dalla sua figura allegra e inconsueta coi capelli ritti, Ezio insegnava l'Italiano, la Storia, la Geografia. Inventava novelle e la sera le leggeva ad alta voce, attentissimo ai pareri di quei mocciosi. Quando arrivava l'ispezione dei carabinieri, li faceva nascondere sotto il letto».
Di giorno Ezio, che abitava in una stanza di Corso Metaponto, lavorava come barbiere o falegname e s'improvvisava addirittura medico e veterinario. Il suo giovane amico di allora, il parrucchiere Saverio Pennetta, lo ricorda così: «Portava sempre i capelli lunghi. Era spiritoso, raccontava barzellette, leggeva i giornali. Non parlava apertamente di politica per evitare altri guai con la giustizia. Chiamava Mussolini “pasta e fagioli” e noi capivamo». Taddei, anche quando è andato via da Bernalda, ha scritto sempre al suo amico Pennetta, che custodisce gelosamente la foto pubblicata sul Quotidiano. «Ricordo una sua cartolina dalla Francia prima di partire per gli Stati Uniti. Dopo la seconda guerra mondiale mi regalò un suo libro. Dovevamo rivederci nel maggio del 1956 qui in paese per la festa di San Bernardino, ma leggemmo sull’Unità che era morto». Taddei si spense a Roma per un infarto. Aveva salutato sua sorella con un sorriso e qualche smorfia. Per tutta la vita era rimasto povero, proprio come i protagonisti dei suoi romanzi.
venerdì, novembre 24, 2006
giovedì, novembre 23, 2006
Sotto la grande quercia gli scout bernaldesi festeggiano i 90 anni dell'Agesci
BERNALDA - Il cammino dello scoutismo cattolico italiano va avanti da 90 anni. Il 16 gennaio 1916, infatti, il conte Mario di Carpegna, parlando del suo viaggio in Inghilterra e dell’incontro con Baden Powell, favorì la fondazione dell’Asci (Associazione Scoutistica Cattolica Italiana). Per ricordare le proprie radici, gli scout bernaldesi inaugurano domani il loro nuovo anno con un grande gioco che ha come protagonisti gli arcangeli Gabriele, Raffaele e Michele.
Attraverso la festa, i capi scout vogliono dare una forte impronta cattolica ai loro ragazzi. La catechesi con il metodo scout comprende lo stare insieme, grandi e piccoli, e il gioco come strumento educativo. Via le cattedre, dunque, per parlare di “Lieta Novella” e avanti lo stare insieme, il divertimento sano e la vita all’aria aperta. La giornata inizierà alle 8 con la santa messa, celebrata nella chiesa dedicata ai santi Medici. Al termine ci sarà la firma della “Carta del Clan-Fuoco” da parte dei ragazzi più grandi, un impegno pubblico per rispettare ciò che i valori scout propongono e che i ragazzi accettano pubblicamente.
Poi inizierà il gioco con ben nove squadre che seguiranno tre percorsi tra i quartieri e le campagne bernaldesi. Tutti si riuniranno in contrada Bufalara sotto la grande quercia, una roverella secolare cresciuta vicino ad un ruscello. L’albero è il simbolo del gruppo, che ormai da molto tempo si ritrova lì per l’inaugurazione dell’anno associativo. Alle 14.30, dopo il pranzo, inizierà la cerimonia dei “Passaggi” o “Salite”. I ragazzi che hanno raggiunto l’età, passano nella branca superiore dove inizierà un nuovo cammino, con altri capi e fratelli scout.
Il raduno si concluderà con il grande cerchio finale e un omaggio speciale: il distintivo mondiale del “Centenario dello Scoutismo”. Il primo agosto del 2007, infatti, saranno trascorsi 100 anni dal primo campeggio scout in Inghilterra con Lord Robert Baden Powell e 20 adolescenti maschi.
Dopo la festa, il lavoro, comunque, non mancherà. Gli scout dovranno cambiare sede per trasferirsi dal castello, molto probabilmente, in via Anacreonte e sono già all’opera per preparare il calendario 2007, che farà conoscere lo scoutismo sia a Bernalda, sia nei paesi vicini.
Attraverso la festa, i capi scout vogliono dare una forte impronta cattolica ai loro ragazzi. La catechesi con il metodo scout comprende lo stare insieme, grandi e piccoli, e il gioco come strumento educativo. Via le cattedre, dunque, per parlare di “Lieta Novella” e avanti lo stare insieme, il divertimento sano e la vita all’aria aperta. La giornata inizierà alle 8 con la santa messa, celebrata nella chiesa dedicata ai santi Medici. Al termine ci sarà la firma della “Carta del Clan-Fuoco” da parte dei ragazzi più grandi, un impegno pubblico per rispettare ciò che i valori scout propongono e che i ragazzi accettano pubblicamente.
Poi inizierà il gioco con ben nove squadre che seguiranno tre percorsi tra i quartieri e le campagne bernaldesi. Tutti si riuniranno in contrada Bufalara sotto la grande quercia, una roverella secolare cresciuta vicino ad un ruscello. L’albero è il simbolo del gruppo, che ormai da molto tempo si ritrova lì per l’inaugurazione dell’anno associativo. Alle 14.30, dopo il pranzo, inizierà la cerimonia dei “Passaggi” o “Salite”. I ragazzi che hanno raggiunto l’età, passano nella branca superiore dove inizierà un nuovo cammino, con altri capi e fratelli scout.
Il raduno si concluderà con il grande cerchio finale e un omaggio speciale: il distintivo mondiale del “Centenario dello Scoutismo”. Il primo agosto del 2007, infatti, saranno trascorsi 100 anni dal primo campeggio scout in Inghilterra con Lord Robert Baden Powell e 20 adolescenti maschi.
Dopo la festa, il lavoro, comunque, non mancherà. Gli scout dovranno cambiare sede per trasferirsi dal castello, molto probabilmente, in via Anacreonte e sono già all’opera per preparare il calendario 2007, che farà conoscere lo scoutismo sia a Bernalda, sia nei paesi vicini.
mercoledì, novembre 22, 2006
Una poesia per la pace, il sogno del lucano Giuseppe Martucci
MILANO - L’impegno per la pace del lucano Giuseppe Martucci non si ferma mai. Domani alle 10, presso il Teatro delle Erbe a Milano, Martucci presenterà la 34° edizione della “Poesia pace 2006”. Sarà distribuita anche l’antologia “Giorni nostri”, che raccoglie oltre 150 poesie. «Il disarmo - scrive Martucci - non è la guerra, ma la sicurezza sperata. L'uomo nasce privo di fucili ed è in se stesso che deve ricercare la sua sperata serenità per appagare di energia positiva ogni suo desiderio di pace».
Giuseppe Martucci, nato a Pietragalla (Pz) nel 1926, ha sempre creduto nella continuità ideale e pratica di una “Cultura per la Pace” e ha sensibilizzato alla non violenza il mondo dell’arte, della cultura, docenti e scuole, anche con la consegna di borse di studio. Figlio di braccianti, Giuseppe sin da bambino ha avuto una grande passione per la poesia. Le disagiate condizioni economiche della famiglia non gli hanno consentito, però, una regolare frequenza della scuola dopo le elementari. Nei suoi vari mestieri, da garzone in campagna a muratore in paese, ha continuato sempre a studiare da autodidatta.
Intorno alla metà degli anni Sessanta, Martucci, rientrato a Milano dalla Francia, ha fondato la rivista “Artecultura”, di cui è direttore responsabile, e ha avviato le edizioni di “Poesia pace”. Fondamento del suo percorso di ricerca espressiva è la poesia, vista come la strada per dare vita a «un ampio e diffuso costume poetico di convivenza non-violenta, basato sullo stimolo conoscitivo della reciproca fiducia. La poesia diventa liberazione quotidiana dalla paura». È proprio il verso, per Giuseppe, che fa comprendere come l’uomo nasce morto “incosciente” e viene seppellito vivo, lasciando di sé una personale esperienza dove anche i drammi diventano invito per un futuro migliore. L’arte poetica, com’è nello spirito dell’ultima antologia “Giorni nostri”, non classifica gli uomini attraverso le loro idee, razze o religioni e non li tiene sempre sul piede di guerra. Al contrario i componimenti in versi uniscono, perché la poesia «comincia dove finiscono le discriminazioni».
Qualche anno fa Martucci, ricevendo i complimenti del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha proposto di istituire il 24 Ottobre come “Giornata mondiale del disarmo”. Proprio in quella data, nel 1945, nacque l’Onu. Per il suo impegno a favore del disarmo Giuseppe è stato candidato al premio Nobel per la pace nel 2005 da un comitato spontaneo: «Io, però, - chiarisce - ho solo dato il mio assenso al comitato. Poi non ho voluto saperne più e non ho chiesto nulla a chi decide come assegnare il Nobel, perché non mi piace accettare compromessi».
Questo lucano di 80 anni ha ancora molta passione, perché sa di aver scelto, da sempre, la poesia come via per la riconciliazione: «La fiducia dell’animo umano è scomparsa con la militarizzazione esecutiva della vita e azzerando la mente. Noi lavoriamo con impegno per ritornare a comprenderci nel nuovo costume poetico della grande nazione del mondo».
Giuseppe Martucci, nato a Pietragalla (Pz) nel 1926, ha sempre creduto nella continuità ideale e pratica di una “Cultura per la Pace” e ha sensibilizzato alla non violenza il mondo dell’arte, della cultura, docenti e scuole, anche con la consegna di borse di studio. Figlio di braccianti, Giuseppe sin da bambino ha avuto una grande passione per la poesia. Le disagiate condizioni economiche della famiglia non gli hanno consentito, però, una regolare frequenza della scuola dopo le elementari. Nei suoi vari mestieri, da garzone in campagna a muratore in paese, ha continuato sempre a studiare da autodidatta.
Intorno alla metà degli anni Sessanta, Martucci, rientrato a Milano dalla Francia, ha fondato la rivista “Artecultura”, di cui è direttore responsabile, e ha avviato le edizioni di “Poesia pace”. Fondamento del suo percorso di ricerca espressiva è la poesia, vista come la strada per dare vita a «un ampio e diffuso costume poetico di convivenza non-violenta, basato sullo stimolo conoscitivo della reciproca fiducia. La poesia diventa liberazione quotidiana dalla paura». È proprio il verso, per Giuseppe, che fa comprendere come l’uomo nasce morto “incosciente” e viene seppellito vivo, lasciando di sé una personale esperienza dove anche i drammi diventano invito per un futuro migliore. L’arte poetica, com’è nello spirito dell’ultima antologia “Giorni nostri”, non classifica gli uomini attraverso le loro idee, razze o religioni e non li tiene sempre sul piede di guerra. Al contrario i componimenti in versi uniscono, perché la poesia «comincia dove finiscono le discriminazioni».
Qualche anno fa Martucci, ricevendo i complimenti del Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha proposto di istituire il 24 Ottobre come “Giornata mondiale del disarmo”. Proprio in quella data, nel 1945, nacque l’Onu. Per il suo impegno a favore del disarmo Giuseppe è stato candidato al premio Nobel per la pace nel 2005 da un comitato spontaneo: «Io, però, - chiarisce - ho solo dato il mio assenso al comitato. Poi non ho voluto saperne più e non ho chiesto nulla a chi decide come assegnare il Nobel, perché non mi piace accettare compromessi».
Questo lucano di 80 anni ha ancora molta passione, perché sa di aver scelto, da sempre, la poesia come via per la riconciliazione: «La fiducia dell’animo umano è scomparsa con la militarizzazione esecutiva della vita e azzerando la mente. Noi lavoriamo con impegno per ritornare a comprenderci nel nuovo costume poetico della grande nazione del mondo».
giovedì, novembre 16, 2006
Maria Antonietta, un'adolescente alla corte francese
MILANO - Una regina-ragazza giovane e ribelle. “Marie Antoinette”, il film scritto e diretto da Sofia Coppola, figlia di Francis Ford Coppola, racconta la vita piena di malinconia e solitudine di Maria Antonietta, dai suoi 14 anni fino allo scoppio della Rivoluzione francese. Maria Antonietta era figlia di Maria Teresa d'Asburgo e di Francesco I di Lorena, quindicesima di sedici fratelli. Il 19 aprile del 1770 sposò, a soli 14 anni, il futuro re di Francia Luigi XVI. La vita della regina presso la corte finì il 16 ottobre del 1793, quando fu ghigliottinata.
La storia triste di Maria Antonietta, interpretata dall’attrice Kirsten Dunst, chiude la trilogia di Sofia Coppola sull’adolescenza inquieta, iniziata con “Il giardino delle vergini suicide” e “Lost in Translation”: «Tutti e tre - dice la regista, vincitrice dell’Oscar per la migliore sceneggiatura di “Lost in Translation” - descrivono l'epoca del passaggio, la fase esistenziale dell'apprendimento, ma ognuno focalizza l'attenzione su un momento. La regina lascia l'adolescenza per diventare donna».
Sofia Coppola ha voluto “modernizzare” la figura della protagonista, con l’analisi della sua giovinezza e delle sue debolezze, nate tra le tappezzerie e i drappeggi soffocanti della reggia di Versailles. La regina, rivista in chiave rock e barocca, è diventata il nuovo ritratto dell’adolescente in crisi, annoiato da pettegolezzi e complotti, dal non avere vicino a sé parenti o amici. Per trasformare e rendere più attuale Maria Antonietta, la musica del film mescola i minuetti del compositore francese Jean-Philippe Rameau, di Christoph Willibald Gluck e di Antonio Vivaldi con il pop rock anni ’80 dei Bow Wow Wow. Nella colonna sonora non mancano The Cure, il gruppo svedese Radio Dept, i New Order, gli Air e i Phoenix.
Il film, ispirato alla biografia di Antonia Fraser, edita in Italia dalla Mondadori, comincia con l'arrivo di Maria Antonietta quattordicenne in Francia nel 1770 per sposare il futuro re Luigi XVI, che aveva un anno in più di lei. Il loro matrimonio rimase non consumato per sette anni. Poi la coppia reale ebbe Maria Teresa Carlotta e altri tre figli Luigi Giuseppe, Luigi Carlo e Maria Sofia Elena Beatrice, tutti morti molto giovani. La giovane regina cercò di vincere la noia con gli uomini, come il bel conte svedese Hans Axel de Fersen (Hans Axel von Fersen) suo intimo amico, con i gioielli, le feste sfarzose, i vestiti, i fuochi artificiali e una grande collezione di scarpe.
La costumista Milena Canonero ha confezionato per “Marie Antoinette” più di un centinaio di abiti, ricostruiti con minuzia sui modelli dell’epoca. Nella collezione di scarpe compaiono anche un paio di sportive “All Star” lilla, una delle tante licenze che Sofia Coppola si è voluta prendere. Il film, che ha come produttore esecutivo Francis Ford Coppola, termina con la coppia reale che fugge dall'uscita di servizio del palazzo.
La Rivoluzione francese manca, ma, nonostante tutto, a tanti il film è piaciuto molto, perché sembra essere seducente come un moderno musical. Probabilmente sono stati apprezzati anche i colori, i dolci rigorosamente glassati e decorati, o la reggia di Versailles, bellissima e gentilmente concessa dal governo francese, ma solo il lunedì, giorno di chiusura al pubblico. «Se non avessi ottenuto Versailles - ha detto la Coppola - non avrei girato questo film. Volevo fosse il più possibile autentico e senza quegli spazi sterminati sarebbe stato troppo difficile descrivere lo spaesamento della piccola Maria Antonietta». Lo stile onirico della pellicola, che punta più sulle emozioni dei protagonisti e non sulla storia, affascina, forse perché racconta quel lato anche un po’ frivolo nella vita delle teste coronate.
La storia triste di Maria Antonietta, interpretata dall’attrice Kirsten Dunst, chiude la trilogia di Sofia Coppola sull’adolescenza inquieta, iniziata con “Il giardino delle vergini suicide” e “Lost in Translation”: «Tutti e tre - dice la regista, vincitrice dell’Oscar per la migliore sceneggiatura di “Lost in Translation” - descrivono l'epoca del passaggio, la fase esistenziale dell'apprendimento, ma ognuno focalizza l'attenzione su un momento. La regina lascia l'adolescenza per diventare donna».
Sofia Coppola ha voluto “modernizzare” la figura della protagonista, con l’analisi della sua giovinezza e delle sue debolezze, nate tra le tappezzerie e i drappeggi soffocanti della reggia di Versailles. La regina, rivista in chiave rock e barocca, è diventata il nuovo ritratto dell’adolescente in crisi, annoiato da pettegolezzi e complotti, dal non avere vicino a sé parenti o amici. Per trasformare e rendere più attuale Maria Antonietta, la musica del film mescola i minuetti del compositore francese Jean-Philippe Rameau, di Christoph Willibald Gluck e di Antonio Vivaldi con il pop rock anni ’80 dei Bow Wow Wow. Nella colonna sonora non mancano The Cure, il gruppo svedese Radio Dept, i New Order, gli Air e i Phoenix.
Il film, ispirato alla biografia di Antonia Fraser, edita in Italia dalla Mondadori, comincia con l'arrivo di Maria Antonietta quattordicenne in Francia nel 1770 per sposare il futuro re Luigi XVI, che aveva un anno in più di lei. Il loro matrimonio rimase non consumato per sette anni. Poi la coppia reale ebbe Maria Teresa Carlotta e altri tre figli Luigi Giuseppe, Luigi Carlo e Maria Sofia Elena Beatrice, tutti morti molto giovani. La giovane regina cercò di vincere la noia con gli uomini, come il bel conte svedese Hans Axel de Fersen (Hans Axel von Fersen) suo intimo amico, con i gioielli, le feste sfarzose, i vestiti, i fuochi artificiali e una grande collezione di scarpe.
La costumista Milena Canonero ha confezionato per “Marie Antoinette” più di un centinaio di abiti, ricostruiti con minuzia sui modelli dell’epoca. Nella collezione di scarpe compaiono anche un paio di sportive “All Star” lilla, una delle tante licenze che Sofia Coppola si è voluta prendere. Il film, che ha come produttore esecutivo Francis Ford Coppola, termina con la coppia reale che fugge dall'uscita di servizio del palazzo.
La Rivoluzione francese manca, ma, nonostante tutto, a tanti il film è piaciuto molto, perché sembra essere seducente come un moderno musical. Probabilmente sono stati apprezzati anche i colori, i dolci rigorosamente glassati e decorati, o la reggia di Versailles, bellissima e gentilmente concessa dal governo francese, ma solo il lunedì, giorno di chiusura al pubblico. «Se non avessi ottenuto Versailles - ha detto la Coppola - non avrei girato questo film. Volevo fosse il più possibile autentico e senza quegli spazi sterminati sarebbe stato troppo difficile descrivere lo spaesamento della piccola Maria Antonietta». Lo stile onirico della pellicola, che punta più sulle emozioni dei protagonisti e non sulla storia, affascina, forse perché racconta quel lato anche un po’ frivolo nella vita delle teste coronate.
Il mondo di Sofia Coppola
Sofia Coppola, 35 anni, ha imparato dal padre Francis Ford Coppola, che l’aveva voluta nel cast del “Padrino III”, un rito scaramantico. Prima di cominciare le riprese, tutta la troupe viene fatta mettere in cerchio e insieme si grida “Powaba”. Il fratello Roman è stato aiuto regista sia in “Marie Antoinette”, sia in “Lost in Translation”. È stato coinvolto pure il cugino Jason Schwartzman, che interpreta nel film la parte di Luigi XVI. L’altro cugino è Nicolas Cage, che ha cambiato il cognome da Coppola a Cage in omaggio a Luke Cage, il Power Man, l’eroe di fumetti della Marvel.
La famiglia è molto importante per Sofia, tanto che ha inserito tra le musiche di “Marie Antoinette” quelle dei Phoenix in cui canta Thomas Mars, da cui la regista aspetta un bambino. Ci sono anche molti amici: dallo stilista Marc Jacobs alla regista Zoe Cassavetes, dagli attori dei suoi film precedenti Bill Murray e Scarlett Johansson a Kirsten Dunst, protagonista della pellicola. C’è anche un’attrice italiana, Asia Argento, che Sofia ha voluto sul set per interpretare la sfrontata Madame du Barry, concubina del re.
La famiglia è molto importante per Sofia, tanto che ha inserito tra le musiche di “Marie Antoinette” quelle dei Phoenix in cui canta Thomas Mars, da cui la regista aspetta un bambino. Ci sono anche molti amici: dallo stilista Marc Jacobs alla regista Zoe Cassavetes, dagli attori dei suoi film precedenti Bill Murray e Scarlett Johansson a Kirsten Dunst, protagonista della pellicola. C’è anche un’attrice italiana, Asia Argento, che Sofia ha voluto sul set per interpretare la sfrontata Madame du Barry, concubina del re.
Il volo sui calanchi di Salvatore Sebaste
MILANO - Il paesaggio lunare della Basilicata si è spostato più a Nord. Merito di Salvatore Sebaste, artista di origini leccesi, da anni residente a Bernalda, che esporrà la sua ultima creazione “Volo su calanco” da domenica fino al 17 dicembre presso il museo della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente. L’opera, realizzata su compensato con una tecnica mista, parteciperà a “Ventipiucento, gli anni della Permanente”, una mostra che presenta al pubblico i lavori di 143 soci artisti della Permanente di Milano. L’iniziativa è stata curata dalla Commissione Artistica Annuale dell’ente composta da Giulio Crisanti, Armando Marrocco e Sara Montani e celebra il centoventesimo anno di attività della Permanente, che è ancora nella storica sede di via Filippo Turati.
Il “volo” di Sebaste ha un linguaggio molteplice, capace d’interpretare la bellezza e la poesia visiva della natura lucana. Le linee diventano segni, strutture che evocano l’instabilità e un caos, paradossalmente, ordinato. La realtà di Sebaste, che viene spesso nascosta dietro simboli e figure, rivela la sua esigenza di fuga, di viaggio nella libertà dello spazio. La pittura non è più solo un principio pratico e teorico, è altro, diventa uno strumento flessibile e semplice, capace di raccontare ed emozionare.
L’artista partendo dalla natura la trasforma, la trasfigura utilizzando raffinate metafore personali che hanno come ultimo fine la costruzione di una favola spaziale. Il calanco sotto le mani di Sebaste si “apre” per diventare un ambiente di comunicazione interessante. Il mondo lucano, così pieno di sogno e realtà, viene sfruttato come territorio comune da valorizzare. Questa proposta è un modo per costruire e mostrare un immaginario diverso da quello stereotipato e univoco delle guide o dei cataloghi turistici. L’opera, dunque, rientra perfettamente nello spirito della Permanente, che dalla fondazione nel 1886 ha sempre voluto ospitare i protagonisti dell’arte italiana, Morbelli, Carrà, Sironi, Funi e altri ancora.
Durante l’esposizione milanese, raccontata da un catalogo edito da Andromeda editrice, sarà allestita una sezione storica con documenti e testimonianze. Per l’intera durata della rassegna sono previsti, inoltre, laboratori didattici e incontri con i soci artisti, che confermano la vocazione del museo come luogo di formazione e crescita per bambini e adulti.
Il “volo” di Sebaste ha un linguaggio molteplice, capace d’interpretare la bellezza e la poesia visiva della natura lucana. Le linee diventano segni, strutture che evocano l’instabilità e un caos, paradossalmente, ordinato. La realtà di Sebaste, che viene spesso nascosta dietro simboli e figure, rivela la sua esigenza di fuga, di viaggio nella libertà dello spazio. La pittura non è più solo un principio pratico e teorico, è altro, diventa uno strumento flessibile e semplice, capace di raccontare ed emozionare.
L’artista partendo dalla natura la trasforma, la trasfigura utilizzando raffinate metafore personali che hanno come ultimo fine la costruzione di una favola spaziale. Il calanco sotto le mani di Sebaste si “apre” per diventare un ambiente di comunicazione interessante. Il mondo lucano, così pieno di sogno e realtà, viene sfruttato come territorio comune da valorizzare. Questa proposta è un modo per costruire e mostrare un immaginario diverso da quello stereotipato e univoco delle guide o dei cataloghi turistici. L’opera, dunque, rientra perfettamente nello spirito della Permanente, che dalla fondazione nel 1886 ha sempre voluto ospitare i protagonisti dell’arte italiana, Morbelli, Carrà, Sironi, Funi e altri ancora.
Durante l’esposizione milanese, raccontata da un catalogo edito da Andromeda editrice, sarà allestita una sezione storica con documenti e testimonianze. Per l’intera durata della rassegna sono previsti, inoltre, laboratori didattici e incontri con i soci artisti, che confermano la vocazione del museo come luogo di formazione e crescita per bambini e adulti.
venerdì, novembre 10, 2006
L'avventura e la conoscenza nel nuovo film di Francis Ford Coppola
BUCAREST - Il regista italo-americano Francis Ford Coppola, a quasi dieci anni da "L'uomo della pioggia", sta completando le riprese in Romania del suo film "Youth without youth" (Gioventù senza gioventù). Il film, scritto, diretto e prodotto da Coppola, descrive la vita del professor Dominic Matei sconvolta da un grosso incidente durante gli anni che precedono la seconda guerra mondiale. Costretto a fuggire, il professore viene inseguito attraverso Romania, Svizzera, Malta ed India.
L'ispirazione per il film è nata dal racconto omonimo del rumeno Mircea Eliade, filosofo e storico delle religioni, che studiò all'Università di Bucarest avendo come professore Nae Ionescu. Tra il 1927 e il 1928 Eliade venne a Roma dove assistette alle lezioni di Giovanni Gentile. Studiò poi all'Università di Calcutta in India. Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Parigi e insegnò all'École des Hautes Études. Nel 1957 ottenne la cattedra di storia delle religioni all'Università di Chicago, città in cui morì nel 1986.
Il protagonista del film è Tim Roth con Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz. Coppola ha dichiarato di aver trovato nel racconto di Eliade gli argomenti che lo appassionano di più «il tempo, la consapevolezza e la parte della realtà basata sul sogno. Per me è senza dubbio un ritorno alle ambizioni che avevo quando ero studente per il mio lavoro nel cinema». Proprio per questo motivo "Gioventù senza gioventù" è stato girato con l'approccio di un giovane regista indipendente: «Un film per me è come una domanda, ma le grandi società cinematografiche vogliono sapere: qual è la risposta». Alla stampa rumena Coppola ha confessato: «Non giravo film da quasi nove anni, ho aspettato fino a quando sono riuscito a trovare la meravigliosa opera di Eliade. Faccio un film che non è affatto hollywoodiano e questo mi fa riscoprire entusiasmi perduti».
Le riprese sono cominciate a ottobre dello scorso anno nella città di Costanza. Poi sono continuate sulle montagne Macin nel sud-est del paese e a Budapest. C'è già un sito ufficiale, www.ywyfilm.com/index.html, ancora incompleto, ma con una ricca galleria d'immagini su Bucarest in bianco e nero e con altre foto di Coppola e degli attori. La pellicola, che sarà sugli schermi probabilmente nel 2007, è stata finanziata dallo stesso regista di origini bernaldesi con la sua attività vinicola.
L'ispirazione per il film è nata dal racconto omonimo del rumeno Mircea Eliade, filosofo e storico delle religioni, che studiò all'Università di Bucarest avendo come professore Nae Ionescu. Tra il 1927 e il 1928 Eliade venne a Roma dove assistette alle lezioni di Giovanni Gentile. Studiò poi all'Università di Calcutta in India. Dopo la seconda guerra mondiale si trasferì a Parigi e insegnò all'École des Hautes Études. Nel 1957 ottenne la cattedra di storia delle religioni all'Università di Chicago, città in cui morì nel 1986.
Il protagonista del film è Tim Roth con Alexandra Maria Lara e Bruno Ganz. Coppola ha dichiarato di aver trovato nel racconto di Eliade gli argomenti che lo appassionano di più «il tempo, la consapevolezza e la parte della realtà basata sul sogno. Per me è senza dubbio un ritorno alle ambizioni che avevo quando ero studente per il mio lavoro nel cinema». Proprio per questo motivo "Gioventù senza gioventù" è stato girato con l'approccio di un giovane regista indipendente: «Un film per me è come una domanda, ma le grandi società cinematografiche vogliono sapere: qual è la risposta». Alla stampa rumena Coppola ha confessato: «Non giravo film da quasi nove anni, ho aspettato fino a quando sono riuscito a trovare la meravigliosa opera di Eliade. Faccio un film che non è affatto hollywoodiano e questo mi fa riscoprire entusiasmi perduti».
Le riprese sono cominciate a ottobre dello scorso anno nella città di Costanza. Poi sono continuate sulle montagne Macin nel sud-est del paese e a Budapest. C'è già un sito ufficiale, www.ywyfilm.com/index.html, ancora incompleto, ma con una ricca galleria d'immagini su Bucarest in bianco e nero e con altre foto di Coppola e degli attori. La pellicola, che sarà sugli schermi probabilmente nel 2007, è stata finanziata dallo stesso regista di origini bernaldesi con la sua attività vinicola.
giovedì, novembre 09, 2006
I prodotti tipici, nuova sfida dell'agricoltura lucana
BERNALDA – «Dobbiamo esser capaci di vendere quello che sappiamo produrre». Il progetto di Emanuele Brescia, presidente regionale di Acli Terra, entrato da poco anche nella presidenza lucana della Copagri (Confederazione dei Produttori Agricoli), sostiene un’agricoltura che dia maggiore sicurezza, anche a tavola, servendosi delle tradizioni rurali e della qualità dei prodotti.
La Copagri è nata nel 1990 come coordinamento di cinque organizzazioni professionali agricole (Ugc Cisl, Uimec Uil, Uci, Aic, Acli Terra). «Sono convinto - dice Brescia - che occorra difendere i prodotti tipici, perché sono l'arma vincente del nostro territorio. Se sapremo "fare sistema", mettendo insieme i produttori e i distributori, potremo assicurare un degno futuro ai nostri figli». Un'agricoltura sostenibile può continuare ad essere il vero settore primario dell'economia lucana, perché diventerebbe il centro delle strategie di sviluppo, tutela e promozione delle competenze umane, ambientali e dei prodotti tipici.
Agricoltura significa, quindi, anche crescita sociale: «Ci sono forze nuove e moralmente sane a Bernalda che vogliono contribuire allo sviluppo dell'agricoltura regionale. Non vogliamo più avere troppi cantori del nulla». Emanuele Brescia è deciso nel promuovere le intelligenze locali, perché evitino di lasciare la Basilicata e siano sempre più «sentinelle del territorio». Per questo motivo l'agricoltura ha bisogno anche dei giovani. Le loro idee, come quelle delle "fattorie didattiche" o del "turismo verde", unite all'uso delle nuove tecnologie, possono vincere la sfida dell'occupazione giovanile.
Per Brescia, nominato delegato nazionale di Acli Terra al congresso della Copagri, l'agricoltura lucana deve farsi «motore di nuovo sviluppo e opportunità». La Copagri vuole dare il suo contributo alla politica agricola regionale e contare di più, non dimenticando lo spirito aclista, pronto a far capire che «il mondo è grande, più di quello che si pensi».
La Copagri è nata nel 1990 come coordinamento di cinque organizzazioni professionali agricole (Ugc Cisl, Uimec Uil, Uci, Aic, Acli Terra). «Sono convinto - dice Brescia - che occorra difendere i prodotti tipici, perché sono l'arma vincente del nostro territorio. Se sapremo "fare sistema", mettendo insieme i produttori e i distributori, potremo assicurare un degno futuro ai nostri figli». Un'agricoltura sostenibile può continuare ad essere il vero settore primario dell'economia lucana, perché diventerebbe il centro delle strategie di sviluppo, tutela e promozione delle competenze umane, ambientali e dei prodotti tipici.
Agricoltura significa, quindi, anche crescita sociale: «Ci sono forze nuove e moralmente sane a Bernalda che vogliono contribuire allo sviluppo dell'agricoltura regionale. Non vogliamo più avere troppi cantori del nulla». Emanuele Brescia è deciso nel promuovere le intelligenze locali, perché evitino di lasciare la Basilicata e siano sempre più «sentinelle del territorio». Per questo motivo l'agricoltura ha bisogno anche dei giovani. Le loro idee, come quelle delle "fattorie didattiche" o del "turismo verde", unite all'uso delle nuove tecnologie, possono vincere la sfida dell'occupazione giovanile.
Per Brescia, nominato delegato nazionale di Acli Terra al congresso della Copagri, l'agricoltura lucana deve farsi «motore di nuovo sviluppo e opportunità». La Copagri vuole dare il suo contributo alla politica agricola regionale e contare di più, non dimenticando lo spirito aclista, pronto a far capire che «il mondo è grande, più di quello che si pensi».
mercoledì, novembre 01, 2006
128 anni di auguri per la Società Operaia
BERNALDA – L’impegno preso dalla Società Operaia di mutuo soccorso per festeggiare il 128° compleanno è di crescere e continuare nel solco della tradizione. Il sodalizio, nato il 19 maggio del 1879, ha sempre avuto negli anni un’attenzione particolare per il paese e i suoi abitanti. «Non vogliamo dimenticare le nostre radici - ha detto il presidente Angelo Tataranno - e per questo motivo abbiamo voluto nominare come soci onorari Angelo e Saverio Paradiso, originari di Bernalda. Sono due medici specialisti: il primo è un oncologo molto apprezzato anche all’estero, mentre il secondo è un ginecologo».
Durante la cerimonia, il presidente ha voluto ricordare le attività svolte durante l’anno sociale appena finito, come le gite o i tornei di biliardo, ma anche l’impegno, a volte nascosto e sempre fondamentale di tutti i soci. Sono stati donati, infatti, 500 euro alla fondazione “Santa Marta” che gestisce a Bernalda l’alloggio per anziani. I tornei sportivi e gli incontri culturali della Società sono stati raccolti in due dvd.
Come da tradizione, per i 70 anni raggiunti, sono stati distribuiti i diplomi di benemerenza a: Antonio Molinaro, Bernardo Gallitelli, Vincenzo Petrocelli, Ercole Marino, Pasquale Lomonaco e Giuseppe Di Stefano. In sala erano presenti, oltre a molti soci e amministratori comunali, il docente universitario Pio Rasulo, socio onorario dal 1994 e i parenti di Luigi Dell’Osso, avvocato, sindaco e primo presidente della Società Operaia dal 1879 al 1902.
Proprio a Dell’Osso il presidente Angelo Tataranno, ha dedicato un dvd che contiene foto inedite messe a disposizione dalla famiglia e una breve biografia. Non è mancato il ricordo dei soci scomparsi tra cui Emanuele Troiano al quale, per desiderio della famiglia, sarà sempre dedicato un torneo di biliardo.
Seduti al tavolo insieme al presidente Tataranno, che ha un “patto” di fedeltà con la Società Operaia da oltre 23 anni, c’erano il presidente onorario Domenico Delicio, il primo cittadino Francesco Renna, l’assistente spirituale monsignor Domenico D’Elia, il dottor Cosimo Russo e il socio più anziano Leonardo Mezzina.
Nel suo intervento il sindaco Renna ha evidenziato l’impegno per il paese dell’amministrazione da lui guidata, con l’approvazione, ad esempio, del nuovo piano per il traffico, affinché si possa «dare ai nostri bambini un mondo più bello e più pulito». La cerimonia si è poi conclusa con dolci, fichi secchi, vermouth e la distribuzione di rose rosse alle signore presenti.